Non c’è dubbio: oggi si fugge dall’amministrazione delle città. Il fenomeno è stato magistralmente illustrato da Antonio Polito sul Corriere della Sera di qualche giorno fa: il rischio di finire sotto processo per abuso d’ufficio e i debiti pregressi non incoraggiano i politici a farsi carico dell’amministrazione dei Comuni. In questo contesto generale, però, Napoli offre uno spaccato estremamente singolare. Da una parte, infatti, il capoluogo campano si ritrova con un sindaco uscente, Luigi de Magistris, apparentemente motivato ma sostanzialmente disimpegnato; dall’altra c’è Gaetano Manfredi, possibile candidato alla guida di Palazzo San Giacomo per il campo progressista, che appare demotivato al punto, secondo alcuni, di rinunciare all’investitura.

E allora partiamo proprio da de Magistris. La lontananza psicologica del “sindaco arancione” da Napoli emerge con chiarezza dall’intervista che ha rilasciato al Mattino. Anzi, più che di un’intervista si è trattato del trionfo degli alibi. Il debito che grava sulle casse del Comune? Colpa del suo predecessore Antonio Bassolino. L’isolamento politico della città? Colpa del governatore Vincenzo De Luca. Il caos che regna in città? Colpa del Covid. Non manca un passaggio che dovrebbe far tremare Alessandra Clemente, candidata proprio per volontà di Dema: a una domanda su una possibile convergenza su Roberto Fico, altro nome che il campo progressista sta valutando per Palazzo San Giacomo, il sindaco ha risposto che «gli elettori non capirebbero se non ci fosse un accordo con lui». Quasi a dire: Clemente è sacrificabile, anche a costo di negare continuità al progetto politico-amministrativo. Per Dema conta solo la Calabria, dove ambisce a diventare governatore in modo tale da dare una prospettiva a un impegno che altrimenti dovrebbe chiudersi con la fallimentare esperienza da sindaco di Napoli.

Diverso nei presupposti, sebbene simile negli effetti, è l’atteggiamento di Gaetano Manfredi. La sua candidatura a sindaco è sostenuta soprattutto da De Luca, ma ha recentemente ricevuto la “benedizione” da parte di Francesco Boccia, responsabile degli enti locali del Partito democratico. Molti già lo acclamano, ritenendolo all’altezza di un’impresa ardua come il rilancio di Napoli. Eppure Manfredi sembra quasi volersi tenere alla larga da Palazzo San Giacomo. Da giorni invoca una norma che lo metta al riparo dalle conseguenze nefaste che, in termini tanto politici quanto amministrativi, possono derivare dalla gestione di un Comune soffocato da quasi tre miliardi di deficit. E nelle scorse ore, stando al retroscena ricostruito dal Corriere del Mezzogiorno, ha fatto sapere di non sentirsi adeguatamente sostenuto dal Pd e di non aver ricevuto nemmeno una telefonata di incoraggiamento dal segretario nazionale dem Enrico Letta. A dispetto del sostegno di De Luca e Boccia, dunque, Manfredi non nasconde timori e mancanza di fiducia che potrebbero spingerlo al “gran rifiuto”.

Non va trascurato, però, un “dettaglio”. Tra un sindaco uscente che “fugge” per garantirsi un futuro politico in Calabria e un “sindaco entrante” che non sembra convinto di “bere l’amaro calice” a Palazzo San Giacomo, c’è una Napoli devastata da dieci anni di vuoto amministrativo e da una campagna elettorale inconcludente: una città che va ricostruita non solo con soldi e idee, ma soprattutto con quella presenza e quel coraggio che mancano a certi esponenti politici.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.