Chi, dall’incontro tra Enrico Letta e Matteo Renzi, si aspettava una svolta sul nome del candidato sindaco e sul programma del centrosinistra per Napoli, è rimasto deluso. Anzi, basta dare un’occhiata alla rassegna stampa per comprendere come il segretario del Partito democratico e il leader di Italia Viva, nel corso del loro «incontro franco e cordiale», abbiano discusso di tutto tranne che del futuro della terza città d’Italia: sintonia sul giudizio negativo all’amministrazione guidata da Virginia Raggi a Roma, la candidatura di Isabella Conti a Bologna derubricata a «mera provocazione», sostanziale accordo sulla nomination di Matteo Lepore all’ombra delle due torri; a Napoli, però, sarebbe stato dedicato solo un fugace accenno quando Renzi avrebbe bollato come non replicabile il patto tra Pd, Iv e Movimento Cinque Stelle tanto alle amministrative quanto alle suppletive nel collegio di Siena.
È come se nel capoluogo campano non ci registrassero un disavanzo di quasi due miliardi e 700 milioni di euro, una delle tassazioni più elevate in Italia alla quale non corrispondono decorosi servizi a cittadini e imprese, un tessuto produttivo lacerato dal Covid come la protesta di Confesercenti ha ricordato non più tardi di ieri, un modello economico per anni basato sull’ospitalità e ora da rifondare completamente, periferie sempre più lontane dal centro e meno vivibili. Sarebbe lecito aspettarsi una maggiore attenzione anche da parte del centrodestra. Anche da quelle parti, però, i referenti dei partiti sembrano in altre faccende affaccendati: da una parte attendono che il pm Catello Maresca sciolga la riserva e accetti la candidatura a sindaco, dall’altra verificano gli equilibri interni alla coalizione ora che Forza Italia e Lega appoggiano il governo Draghi mentre Fratelli d’Italia resta all’opposizione. Anche in questo caso, eccezion fatta per qualche singolo intervento, non sembra esserci traccia di una serie di proposte per la ricostruzione di una città “scassata” come Napoli.
La sensazione è che le principali coalizioni affrontino la questione napoletana con un approccio troppo politicistico, cioè con la tendenza a valutare i soli aspetti politici di una vicenda ben più complessa. Il centrosinistra si occupa prevalentemente di Roma e di Bologna non perché a quelle latitudini si debba fare i conti con problemi di particolari gravità, ma perché quelle operazioni elettorali si caricano di significati politici e simbolici assai forti: in gioco non c’è soltanto il governo della capitale e di uno storico “fortino rosso”, ma anche la prospettiva dell’accordo tra Pd e M5S al pari degli equilibri tra i dem e forze riformiste come Azione e Iv. È come se, a Napoli, l’allargamento del campo progressista ai grillini fosse la strada obbligata per vincere le comunali e ciò facesse venire meno l’interesse dei partiti  di centrosinistra a una rapida e approfondita elaborazione di un programma per la ricostruzione della città.
Allo stesso modo, il centrodestra gioca la sua partita sul tavolo nazionale, con la conseguenza che la pur fondamentale questione-Napoli viene sostanzialmente “delegata” a Maresca & co. Eppure sarebbe ora che i due principali schieramenti politici elaborassero una strategia per archiviare i disastri dell’amministrazione de Magistris e consentire ai napoletani di compiere una scelta consapevole. Servono subito idee, proposte, magari anche provocazioni, non solo equilibri politici che per loro stessa natura sono delicati e mutevoli. È chiedere troppo?

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.