Il mancato investimento di Italvolt in Campania ha aperto l’ennesimo scontro nel centrodestra regionale. Davanti alla decisione della multinazionale, che ha scelto il Piemonte per la realizzazione di una maxi-fabbrica da 19mila posti di lavoro, la neo-ministra per il Sud Mara Carfagna ha puntato il dito contro la burocrazia pachidermica e la giustizia-lumaca che penalizzano le regioni meridionali. Affermazioni che non sono piaciute a Stefano Caldoro, leader del centrodestra campano, che ha sottolineato «l’inconsistenza delle parole» della Carfagna «che per coprire gli errori della giunta De Luca dà la colpa alla burocrazia e alla giustizia lenta».

È evidente come la contrapposizione tra Carfagna e Caldoro sia di natura non soltanto politica, ma anche personale. La ministra è stata la più convinta sostenitrice della necessità di rinnovare il centrodestra campano e la corrente che fa capo a lei ha sostenuto la necessità che il candidato della coalizione alle ultime regionali fosse il magistrato Catello Maresca e non Caldoro. Quest’ultimo coglie ora l’occasione per togliersi il più classico dei sassolini dalla scarpa, rinfacciando alla ministra addirittura di fare il gioco dell’avversario. La polemica restituisce la fotografia di un centrodestra campano, a cominciare da Forza Italia, ormai paralizzato da lotte intestine e incapace di imporre una linea politica forte e credibile.

Tutto ciò ha ripercussioni ancora più evidenti a Napoli, dove il centrodestra rischia addirittura di scomparire. Il verbo non è scelto a caso visto che, secondo quanto trapelato nelle scorse settimane, Catello Maresca sarebbe pronto ad accettare la candidatura a sindaco a patto che i partiti rinuncino ai rispettivi simboli. Sembra d’accordo Forza Italia, ridotta a percentuali di consenso risibili rispetto a quelle fatte segnare in un passato nemmeno troppo lontano. Stesso discorso per la Lega, sebbene con qualche distinguo. Soltanto Fratelli d’Italia, decisa a capitalizzare la crescente popolarità della leader nazionale Giorgia Meloni, sembra intenzionata a correre col proprio simbolo e ipotizza addirittura una candidatura alternativa a quella di Maresca e fa il nome di Sergio Rastrelli. In altre parole, la coalizione è divisa e sconta dieci anni di opposizione contraddittoria al sindaco Luigi de Magistris, condannato in più di una circostanza ma “salvato” dal commissariamento grazie al voto favorevole espresso dal  consigliere comunale Salvatore Guangi sul bilancio.

È evidente come una coalizione tanto inconsistente quanto divisa non sia in grado di contribuire al dibattito sulla ricostruzione di Napoli. Al netto di qualche intervento isolato, infatti, nessuno si è ancora premurato di far sapere ai napoletani quali siano le strategie che moderati, liberali, conservatori, sovranisti ed esponenti della destra sociale intendono mettere in campo per affrontare questioni cruciali come la gestione del debito comunale, la manutenzione del patrimonio pubblico, il recupero delle periferie, la sorte di Bagnoli, la ripresa dopo l’emergenza Covid. E questa condizione rischia di protrarsi e di incancrenirsi nel caso in cui le elezioni dovessero essere rinviate all’autunno. Con buona pace dei napoletani, destinati a scontare un interminabile vuoto di idee dopo un decennio di vuoto amministrativo.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.