Non ci si crede, eppure va così. Stanislao Lanzotti, coordinatore cittadino di Forza Italia, lancia un salvagente a Luigi de Magistris dicendosi pronto a garantire il numero legale per la discussione del bilancio di previsione in Consiglio comunale. A stopparlo ci pensa Domenico De Siano, numero uno dei berlusconiani campani. Da parte sua, il sindaco di Napoli non ha più una maggioranza e devi quindi sperare nell’aiuto dell’opposizione per far sì che il documento contabile venga approvato. L’ennesimo cortocircuito della politica locale? Probabile, ma ciò che colpisce è la dissoluzione verso la quale sembrano avviate tanto le forze moderate del centrodestra quanto quelle “rivoluzionarie” di Dema.

L’apertura di Lanzotti al sindaco è indice della confusione che regna in certi settori dell’opposizione. Il capogruppo di Fi nell’assemblea cittadina si è offerto di fare da stampella a un’amministrazione che ormai “zoppica” vistosamente e non ha più i numeri nemmeno per consentire che il Consiglio comunale si riunisca validamente. Prima ancora che De Siano gli intimasse l’altolà, Lanzotti si è giustificato osservando che il bilancio è uno «strumento utile per la città» e annunciando una serie di emendamenti. Eppure, nel 2011 e nel 2016, Fi ha espresso il candidato del centrodestra poi sconfitto da de Magistris. Da quel momento, il partito di Berlusconi è sempre stato all’opposizione. A maggio scorso è stato lo stesso Lanzotti a ribadirlo, presentando una mozione di sfiducia nei confronti del sindaco, e poi ancora venti giorni fa, chiarendo che Fi è e resta all’opposizione.

L’intervista che Lanzotti ha rilasciato al Mattino alimenta questo caos. Il capogruppo dei berlusconiani in Consiglio comunale riferisce di voler aprire il partito alle forze di centro e alle reti civiche, dicendo senza troppi mezzi termini che l’alleanza con Lega e Fratelli d’Italia potrebbe saltare in vista delle comunali del 2021. Segno che a Napoli il centrodestra non esiste più. Gli unici cenni di vita sono il gioco di sponda con il sindaco (come quando si è trattato di approvare il rendiconto del 2019) e la polemica sui nomi (come sulla mancata candidatura di Armando Cesaro alle regionali, imposta dalla Lega). Di una strategia per risollevare la città, nemmeno l’ombra.

Sul fronte opposto c’è de Magistris che da tempo non ha una maggioranza. Che brutta fine, quella del sindaco, costretto a sperare nell’aiutino dei consiglieri del partito contro il quale si è sempre scagliato. Ricordate i suoi giudizi su Berlusconi? Il presidente di Fi era «un buffone», «un gallo sulla munnezza», «ossessionato dalle manette» che sarebbe dovuto andare «in esilio» e che l’ex pm, all’indomani del suo primo successo elettorale, vantava di aver «preso a calci». L’antiberlusconismo è stato per anni l’unico minimo comun denominatore delle varie esperienze politiche di de Magistris, da quando fu eletto europarlamentare dell’Italia dei Valori nel 2009 a quando sostenne la candidatura di Antonino Ingroia alle politiche del 2013.

I disastri fatti da sindaco di Napoli, il calo di popolarità e il sostanziale fallimento del suo progetto politico, però, non gli impediscono di cercare l’abboccamento con i referenti locali di Berlusconi. Tra un centrodestra in confusione e un Dema sul viale del tramonto, intanto, c’è una città in agonia, schiacciata dal peso di quasi quattro miliardi di euro di debiti e del tutto priva di una visione strategica per il futuro. Ed è qui che bisogna intervenire per evitare che a dissolversi siano non certe esperienze politiche, ma la capitale del Mezzogiorno.