Era il 2010 e Luigi de Magistris invitava Silvio Berlusconi ad andare «in esilio in cambio dell’impunità». Un anno più tardi il sindaco di Napoli tornava ad attaccare l’allora presidente del Consiglio: «In qualunque altro Paese europeo un premier si sarebbe già dimesso. Di cos’altro deve essere sospettato per poter compiere un decoroso passo indietro in segno di rispetto delle istituzioni e degli italiani? Quale altra bassezza etica e quale altra accusa giudiziaria devono piovergli addosso per liberarci della sua presenza?».

Parole forti, contrapposizioni nette che, a distanza di circa dieci anni, non impediscono a Dema di cercare l’accordo con i consiglieri comunali berlusconiani, indispensabili per approvare il bilancio e scongiurare il commissariamento del Comune. Ma il sindaco sembra pronto ad andare oltre e a mettere in cantiere addirittura un’alleanza strutturale con il centrodestra in vista delle prossime comunali. E questa convergenza tra ciò che rimane dell’amministrazione arancione e ciò che rimane del centrodestra napoletano potrebbe essere incarnata dal pm Catello Maresca.  Non si tratta di un nome nuovo. Prima delle regionali il magistrato era stato indicato come possibile candidato del centrodestra alla guida della Regione in alternativa a Stefano Caldoro. Se Maresca dovesse essere davvero l’alfiere della nuova coalizione formata da Dema, Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, però, le implicazioni di carattere politico non sarebbero poche e nemmeno di scarsa importanza. Partiamo proprio da Maresca che, secondo i beninformati e a dispetto di quanto da lui stesso dichiarato a maggio scorso, sarebbe felice di accettare la candidatura a sindaco di Napoli.

Al pm sentiamo di rivolgere un appello: se è deciso a puntare a Palazzo San Giacomo, abbandoni al più presto e definitivamente il ruolo che attualmente ricopre prima di annunciare l’eventuale “discesa in campo”. Perché di commistioni tra politica e magistratura, soprattutto dopo gli scandali degli ultimi anni, non si sente il bisogno.
Una seconda riflessione la merita il centrodestra. In tempi non sospetti, infatti, Maresca ha manifestato la propria disponibilità a candidarsi a patto di essere sostenuto da una coalizione civica, quindi priva di una connotazione politica. A questo punto ci chiediamo: la strategia del dialogo, indicata da Berlusconi e sostenuta a livello locale da Stefano Caldoro, prevede che Forza Italia e magari anche gli altri partiti del centrodestra rinuncino ai rispettivi simboli pur di far sì che Maresca accetti la candidatura a sindaco di Napoli con la benedizione, tra gli altri, di de Magistris?

Qualora il centrodestra, in particolare Forza Italia, accettasse questo ruolo di ponte tra l’esperienza di Dema e quella di Maresca, sancirebbe definitivamente la propria scomparsa. E sarebbe una fine orrenda, cioè quella di un coalizione ridotta ai minimi termini e fagocitata dall’uomo che, come ha giustamente osservato il governatore Vincenzo De Luca, incarna «il più grande disastro amministrativo d’Italia». In quel caso sarebbe innegabile la continuità tra l’amministrazione arancione e quella (ipotetica) di Maresca e altrettanto evidente un’altra verità: Dema è una nullità politico-amministrativa, mentre il centrodestra, che già non gode di buona salute, rischia di diventarlo del tutto alleandosi con lui. E la somma di due nullità è sempre pari a zero, con buona pace dei napoletani.