«Ora è opportuno che ci si occupi meno di Giambattista Vico e più del vicolo. Il nuovo sindaco dovrà dimenticare la retorica e la tv e pensare solo alla città. Napoli ha bisogno di regole e di un primo cittadino che si dedichi a lei a tempo pieno: non vedo nomi validi, ma il primo Bassolino potrebbe rilanciare la città». Ecco l’analisi di Gennaro Carillo, ordinario di Storia del pensiero politico presso l’università Suor Orsola Benincasa.

Professore, oggi Napoli che città è?
«È una città anarchica, nel senso greco del termine: non governata, in cui si è soffiato molto sul fuoco dell’anomia. Una città in balia delle proprie pulsioni, incluse quelle peggiori, che campa di rendita su un’inerzia positiva. Ma l’impressione è quella di una città anarchica perché acefala. Non ha né capo né coda. Non c’è nemmeno un cattivo governo, ciò che balza agli occhi è proprio l’assenza di un governo».

Cosa pensa del quadro politico napoletano?
«Sono molto pessimista. Vedo una grande desertificazione perché, da un lato, abbiamo la candidatura di Bassolino che è in questo momento ha una sua paradossale razionalità ma che in altri momenti non sarebbe stata neanche immaginabile».

Perché?
«Bassolino ha scelto di tornare perché si guarda attorno e vede solo persone inadatte che potrebbero fare disastri. Quindi si ricandida. Davanti a un quadro politico credibile, ci avrebbe pensato due volte».

Che altro la induce a essere pessimista?
«C’è una balcanizzazione della sinistra. Il Pd è in crisi  da anni e non c’è stato un ricambio autentico di classe dirigente, tant’è che il partito non ha un candidato sindaco. I nomi che ho letto negli ultimi giorni non mi lasciano ben sperare. Anche alcune scelte di de Magistris mi hanno sorpreso molto».

A cosa si riferisce?
«Al fatto che non abbia proposto la candidatura dell’assessore Anna Maria Palmieri, una delle figure più credibili della sua giunta. Mi sembra assai singolare: se vuoi garantire una continuità all’azione amministrativa, perché non puntare sull’unica persona che ha sempre fatto parte della tua giunta? Rimane un mistero».

Ha candidato Alessandra Clemente…
«Conosco Alessandra personalmente e da molti anni. Non posso che avere benevolenza nei suoi confronti, ma credo che non sia affatto pronta ad amministrare la città: è una candidatura prematura, perciò la scelta fatta da de Magistris mi sembra illogica».

Di Roberto Fico, invece, cosa pensa?
«Il suo è un profilo più istituzionale e meno chiassoso di quello di de Magistris. Ha maturato un’esperienza importante come presidente della Camera, ma non ha alcuna esperienza amministrativa. Governare una “città-mondo” complessa come Napoli non richiede una figura nazionale  calata dall’alto».

Tra i nomi c’è anche quello del pm Catello Maresca, che ne pensa?
«Non ho gli elementi per poter giudicare lui, ma ho quelli per giudicare il centrodestra: se si sono ridotti a non avere un candidato politico per la città ma a dover attingere alla magistratura requirente, per 30 anni avversata perché identificata con il giustizialismo e ritenuta nemica del garantismo, vuol dire che è davvero in difficoltà. C’è un che di paradossale nel fatti che da quelle parti si sondi un pm come Maresca».

Quando descrive il sindaco ideale a chi pensa?
«Sicuramente al Bassolino dei primi anni, per quanto non esista un sindaco ideale. Ha imparato a comunicare e stretto un rapporto identitario con la città. Ha avuto anche la capacità di dialogare con un premier del centrodestra, all’epoca Silvio Berlusconi, e con un presidente di Regione, cioè Antonio Rastrelli, addirittura di Alleanza Nazionale: due figure lontanissime dalla sua cultura politica, ma con le quali ha saputo collaborare per il bene della città».

Quello che non è stato capace di fare de Magistris…
«Esatto, questo antagonismo reciproco tra lui e il governatore Vincenzo De Luca è qualcosa che Napoli non può permettersi. Questo dualismo è pura follia».

A quanto pare, però, saremo costretti ad assistere ancora per mesi a questa querelle, ora che le comunali sono slittate in autunno.
«Il rinvio delle elezioni è assolutamente negativo. Prolunga l’agonia della città che è ormai rassegnata. Vuol dire che Napoli continuerà ad avere un sindaco dimezzato, impegnato nella campagna elettorale per la presidenza della Calabria, e ad ascoltare una retorica anarchica pericolosissima, soprattutto ora che i residenti sono chiamati a un rispetto delle regole che è questione di vita o di morte. In una città antropologicamente anarchica questo vuoto istituzionale è pericolosissimo. Serve un sindaco che abbia a cuore l’ordine pubblico – la cui tutela è questione di democrazia – e che si dedichi alla città a tempo pieno. Fare il sindaco di Napoli è tutto fuorché una deminutio: vale almeno quanto un ministero».

Quali caratteristiche dovrà avere il prossimo sindaco?
«Sicuramente non dovrà essere chiassoso. Abbiamo avuto una retorica dello “scassare” tutta improntata su un’idea neopopulista; Napoli è stata l’incubatrice di un grande esperimento neo-populistico e di questo paghiamo ancora i danni. Ora bisogna occuparsi meno di Giambattista Vico e più dei vicoli, come scriveva Raffaele La Capria. Il prossimo inquilino di Palazzo San Giacomo deve avere una cultura ingegneristica, cioè della commisurazione dei fini ai mezzi, ed essere capace di razionalizzare l’azione amministrativa. Non c’è bisogno di un “sindaco-velina”, ma di uno parco di parole e operoso».

Quali devono essere le priorità del prossimo sindaco?
«Deve pensare ad aggiustare le piccole cose che pesano sulla vita quotidiana dei cittadini. Le faccio un esempio, un test di civiltà di una città: basta misurare per quanto tempo il semaforo resta verde per i pedoni. Il semaforo in prossimità di piazza Nicola Amore è regolato per Usain Bolt: disabili, anziani e donne incinte hanno difficoltà ad attraversare in quei tempi. A partire da questi dettagli si misura la qualità della vita in città. Ripartiamo dalla quotidianità e poi dai grandi progetti abbandonati, primi tra tutti Bagnoli e Città della Scienza».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.