«Napoli sconta la contraddizione di essere una città ricca dal punto di vista culturale, paesaggistico e storico, ma povera per ciò che concerne l’organizzazione. Perciò deve trasformarsi in una vera città metropolitana. Le serve un piano regolatore che promuova le trasformazioni urbane, ma soprattutto una visione di città e una personalità in grado di realizzarla». L’architetto Massimo Pica Ciamarra, spiega al Riformista le sue idee per una nuova Napoli.

Professore, oggi Napoli che città è?
«Esprime la massima contraddizione fra realtà scientifiche, culturali e artistiche in ogni campo; fra risorse ambientali, paesaggistiche, archeologiche e storiche; e capacità di organizzazione e coordinamento».

Come va riorganizzata la sua urbanistica in modo tale da favorire lo sviluppo economico e non frenarlo?
«Da sette anni non coglie l’opportunità di trasformarsi in vera città metropolitana. Non “Città metropolitana di Napoli”, ma “Napoli Città Metropolitana”. Va annullata l’atavica distinzione fra capoluogo e miriade di Comuni minori e attuata una gestione integrata e coordinata delle sua parti: “enti di prossimità” più che “zone omogenee”, cioè parti di un insieme capaci di amministrazione, gestione dei servizi di prossimità, supporto a partecipazione dei cittadini alla vita civile».

In che modo, invece, dovrebbe essere articolato un nuovo piano regolatore?
«Innanzitutto dovrebbe esserci un Piano al 2070 o almeno al 2050. Quindi lanciato realmente al futuro, transgenerazionale, non finalizzato a interessi elettorali di breve periodo. Oggi lo si definirebbe “piano strutturale” capace di rimettersi man mano a punto nel tempo ed entro il quale agiscano concreti “piani operativi”. Gli strumenti urbanistici indirizzano, stabiliscono principi e pochi punti fissi; poi hanno il compito di stimolare intelligenze successive. Non devono ingessare, ma promuovere attente e acute trasformazioni».

Guardando Napoli, nota nuove aree edificabili?
«Vedo un’enorme esigenza di rigenerazione, come dicevo giorni fa in un convegno a Roma. Parlo di un’esigenza non vista nell’ottica del rammendo, ma nella capacità di introdurre qualità inedite, densificare come opportuno, integrare attività, incrementare la qualità degli ambienti di vita. A “Napoli Città Metropolitana” più che esigenza di incrementi quantitativi c’è necessità di qualità, soprattutto in termini ecologici e ambientali».

La Galleria Vittoria dimostra che Napoli cade a pezzi: quale strategia suggerisce per la manutenzione delle strade e del patrimonio culturale?
«Credo non vi sia altra via che “enti di prossimità”, come dicevo prima, con vera autonomia amministrativa e gestionale, capaci di mobilitare concreti processi partecipativi».

Quali progetti per Napoli dovranno essere realizzati con il Recovery Plan?
«Prima visione e poi progetti. Per me non c’è altra Napoli che quella che riammaglia quanto oggi frazionato in 92 Comuni, oltre tre milioni di abitanti, 200 km di costa. Innanzitutto transizione energetica ed ecologica, cioè produzione di idrogeno utilizzando sole e acqua di mare, azzerando emissioni di anidride carbonica di edifici e attività produttive, poi anche quelle dovute alla mobilità. Adeguamento delle infrastrutture e realizzazione di asili, scuole e attrezzature per la vita ordinaria. Va realizzato il modello della “città dei pochi minuti”: migliorando la qualità della vita si accrescono sicurezza, benessere, felicità. Condizioni basilari per lo sviluppo economico».

Bagnoli è il simbolo dell’immobilismo che attanaglia la città. Come mai è tutto fermo da 30 anni?
«Nel 1992 micragnose difese corporative annullarono l’unica vera iniziativa per un confronto internazionale sulla questione. Parlo di un’iniziativa del Comune di Napoli che affidò all’Inarc la gestione di un concorso, nel quale furono invitati 12 architetti di tutto il mondo. Il Consiglio dell’Ordine degli architetti disse che era vietato fare un concorso invitando persone e così andò tutto in fumo. Poi tanti altri hanno promosso concorsi, ultimo quello di Invitalia che si conclude adesso. Non conosco il progetto vincente, ma il problema sono le regole».

Che progetto immagina per Bagnoli e Città della Scienza?
«A scala metropolitana Bagnoli – a parte la costa – dovrebbe essere un’area agricola produttiva in città, non un enorme nuovo parco urbano. La Città della Scienza dovrebbe essere realmente sostenuta dall’attuale unico socio di maggioranza, la Regione. Dovrebbe coinvolgere competenze scientifiche come faceva finché autonoma e con la presidenza di Vittorio Silvestrini. Può e deve farcela, ma occorre uno scatto».

Le aree periferiche della città in che modo dovranno essere riqualificate?
«Considerandole parti vere della città, disagi da colmare, introducendo densità, attività e inedite qualità. A scala metropolitana non sono periferie!»

E come dovrebbero essere riqualificate le vele di Scampia?
«Non è una battuta: mediante interventi che siano migliori delle “vele” di Di Salvo, interventi attenti, adeguati, poi non travisati da direzioni lavori, imprese, varianti, interessi estranei».

Che tipo di città immagina tra cinque anni?
«Un amico che si candida a sindaco di Roma, in ottobre ha diffuso un articolato documento che potrebbe essere utile anche qui: “L’ultimo sindaco di Roma. Una proposta di riforma per governare l’area metropolitana della Capitale”. Anche gruppi di associazioni – a Milano a fine 2020, a Napoli a inizio 2021, hanno chiesto formalmente a Sala e de Magistris di realizzare il disegno della legge Delrio, mai completato dal 2014 a oggi. Roma, Milano, e Napoli si muovono per porre fine a una anomalia che dura da troppi anni».

Di che tipo sindaco ha bisogno Napoli?
«Occorre una personalità capace di guidare una squadra di esperti, quindi capace di rendersi conto dei temi e di cercare supporti idonei, capace di proiettare una comunità al futuro, forte di una visione di respiro metropolitano e internazionale. Sinteticamente una personalità di cultura, cioè di grande umanità e con esperienza amministrativa».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.