Basta con la cultura del sospetto. È un cambiamento di approccio quello che viene indicato come una delle condizioni per riforme utili al nostro territorio. Dal mondo delle imprese e delle professioni arriva forte il richiamo a una filosofia diversa, addirittura opposta rispetto a quella che negli ultimi anni ha prodotto un eccesso di norme basate sul presupposto che dietro l’angolo ci debba per forza essere l’illecito o l’abuso. «Alla base di tutto c’è un problema di fiducia. Se si continua a normare col presupposto dell’imbroglio e del furbetto e si continuano a fare leggi e provvedimenti con questo approccio, non ne usciremo mai. Ci vuole un po’ più di coraggio e maggiore fiducia tra le parti, tra lo Stato e i cittadini», afferma Federica Brancaccio, presidente Acen e leader dei costruttori napoletani. Intervenendo sulle relazioni tra sistema giustizia e mondo delle imprese e delle professioni, sottolinea la necessità di una riforma.

Più che di depenalizzazione «perché potrebbe appesantire il settore civile», Brancaccio preferisce parlare di «riforme serie dei codici di procedura civile e penale». Quanto alla giustizia amministrativa «è ingolfata da un eccesso di norme, cavilli e burocrazia – aggiunge – per cui nessun dubbio: bisogna andare verso uno snellimento della burocrazia e puntare più sulla sostanza che sulla forma». La maggior parte dei casi che finiscono al vaglio dei giudici riguarda questioni formali. In una gara, per esempio, basta sbagliare a inserire un documento perché questo diventi materia per un ricorso al Tar e al Consiglio di Stato. E numerosi sono anche i casi che arrivano dinanzi ai giudici civili o penali. «Dare più importanza a organismi di mediazione nella giustizia civile sarebbe molto utile – osserva la presidente Brancaccio – Consentirebbe di risolvere la questione senza dover arrivare in Tribunale». Per la leader dei costruttori va rivisto anche l’impianto normativo: «È molto cavilloso, si può adire al Tribunale per ogni cosa». La proposta è «un diritto più sostanziale e meno formale».

«Nel nostro settore – aggiunge la presidente dei costruttori napoletani – sarebbe utile facilitare le transazioni, alleggerire la responsabilità e consentire a pubblici funzionari di non essere costantemente a rischio per aver chiuso una transazione e non essere arrivati in tribunale. È necessario un approccio di maggiore fiducia sia tra Stato e cittadini sia tra privati», conclude. Un consulente tecnico a disposizione di giudici e pm per audizioni e verifiche, al fine di evitare i tempi lunghi delle consulenze e le sospensioni o i sequestri cautelativi, e un piano normativo meno suscettibile di più interpretazioni diverse è la proposta di Stefania Porcelli, vice presidente dell’Ordine degli architetti di Napoli.

«Per le problematiche inerenti a lavori, un’audizione semplice con un giudice e con un esperto che lo affianchi potrebbe risolvere più efficacemente la questione. Invece di fatto la prassi vuole che in maniera cautelativa ci sia il fermo dei lavori dopodiché il giudice, che spesso non ha la competenza specifica per il profilo tecnico della questione, nomina un consulente tecnico che prende tempo, in genere 60 giorni a cui spesso se ne sommano altri 60. Per cui accade che trascorrano sei mesi prima di arrivare a una risposta che magari dà ragione al tecnico professionista». Un tempo eccessivamente lungo per chi lavora di risultati. E non è tutto. Perché c’è da fare i conti anche con la burocrazia e con norme che possono essere interpretate in un modo e nell’esatto opposto. «Bisogna legiferare in maniera semplice – aggiunge Porcelli – altrimenti non ci sarà mai certezza del diritto e si continuerà in questo clima di confusione dove anche l’errore in buona fede è dietro l’angolo».