È una campagna elettorale davvero strana, quella in corso a Napoli. Strana, ma nello stesso tempo interessante per la vasta gamma di candidati (veri o presunti) che offre. L’ultimo caso è quello del “candidato clandestino”: esiste, muore dalla voglia di diventare sindaco, ha pure un discreto seguito di elettori. La particolarità? C’è, ma non si vede.

È lui il committente dei manifesti che tappezzano Napoli con messaggi del tipo «un sindaco che renda giustizia al popolo» o «noi sappiamo chi sarà il nostro candidato sindaco: un uomo libero e di giustizia». Il riferimento ai tribunali fa pensare a un uomo di legge (magari un magistrato) pronto a lanciarsi in politica ma nel frattempo attento a mantenersi “in incognito” (forse per non mettersi in aspettativa, così da fare campagna elettorale con la toga sulle spalle). Chissà. Certo è che, accanto al “candidato clandestino”, Napoli esibisce quello “extracomunitario”: l’unico suo legame con la città è il fatto di esserci nato, ma la sua designazione è la conseguenza di decisioni che riguardano altre realtà. È il caso di Roberto Fico, presidente della Camera la cui candidatura a sindaco di Napoli per il fronte Pd-M5S dipende dalle alleanze di governo, dalla scelta dei nomi per Roma e a Bologna, dalla soluzione del dilemma primarie sì-primarie no. Praticamente da tutto tranne che da una valutazione del profilo di amministratore pubblico di cui la città ha bisogno per mettersi alle spalle i disastri dell’era de Magistris.

E poi ci sono i “candidati cucù tettè”: quelli che appaiono e scompaiono (vedi Sergio Rastrelli) e quelli perennemente “in campo” o “a disposizione” ma non si sa di chi (vero, Riccardo Monti?). Non mancano i “candidati da ultimatum”, cioè quelli che minacciano di candidarsi o la cui candidatura è sistematicamente minacciata: è il caso di Sergio D’Angelo, deciso a sfruttare le indecisioni del centrosinistra, e del fantomatico nome che il governatore Vincenzo De Luca si dice pronto a indicare senza però riuscirci. Il paradosso è che, a pochi mesi dalle elezioni, solo due personalità sono ufficialmente in campo: Antonio Bassolino, che in tv ha ribadito la volontà di impegnarsi «p’apparà ‘a città», e Alessandra Clemente, che si proclama «convintamente in campo per volere di una squadra» e «pronta al dialogo ma non a farsi da parte» nemmeno davanti all’ipotesi Fico come qualche «voce messe artatamente in gioco per dividere» aveva suggerito.

Il paradosso più grave, però, sta nel pericoloso vuoto di dibattito che i tatticismi delle forze politiche stanno determinando. Pensiamo al Recovery Plan: nelle prossime ore il piano sarà consegnato dal premier Mario Draghi ai vertici dell’Unione europea e a Napoli non c’è nessun candidato sindaco (al netto di Bassolino che ha sollecitato un confronto sul tema in tempi non sospetti) che abbia messo sul tavolo una manciata di idee e strategie per rilanciare la città sfruttando i miliardi del Next Generation Eu. E questo vuoto è destinato ad ampliarsi a mano a mano che la scadenza elettorale si avvicina e nessun esponente politico impone almeno un paio di progetti per il futuro di Napoli. Chiunque dovesse essere, il prossimo sindaco comincerà la sua esperienza a Palazzo San Giacomo con le “macchie” lasciate dal vuoto di dibattito e dalla rinuncia al confronto su temi strategici. Non proprio un buon inizio, non c’è che dire.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.