Un deficit di quasi due miliardi e 700 milioni di euro, servizi a cittadini e imprese pressoché azzerati, rapporti con Regione e Governo ai minimi storici: certo, il bilancio dei dieci anni che hanno visto Luigi de Magistris alla guida del Comune di Napoli è drammatico. E la prospettiva delle dimissioni che il sindaco avrebbe in animo di rassegnare ad agosto, così da evitare che la possibile bocciatura del bilancio pregiudichi la sua candidatura alla presidenza della Calabria, rende ancora meno esaltante un’esperienza politico-amministrativa cominciata sotto ben altri auspici. Se il decennio del “sindaco arancione” è stato fallimentare, però, quello del Partito democratico non è stato da meno. E se Dema sta offrendo una pessima prova di sé in questi ultimi mesi a Palazzo San Giacomo, altrettanto si può dire a proposito dei dem.

Sono mesi, infatti, che il Pd è a caccia di un candidato sindaco. A febbraio, quando Alessandra Clemente aveva già ricevuto l’investitura da parte di de Magistris e Antonio Bassolino annunciava il suo ritorno in campo, i vertici locali del partito giustificavano il proprio ritardo sostenendo che le elezioni sarebbero slittate da giugno a ottobre causa Covid e che, di conseguenza, avrebbero commesso un grosso errore se si fossero lasciati prendere dalla fretta. Oggi il risultato di quella strategia attendista è sotto gli occhi di tutti: dopo il passo indietro dell’ex ministro Gaetano Manfredi, il Pd è senza candidato sindaco e rischia di trovarsi anche senza alleanza col Movimento 5 Stelle, dopo che Roberto Fico ha fatto sapere di preferire la presidenza della Camera alla corsa per Palazzo San Giacomo. E non finisce qui.

Le parole di Manfredi, che ha denunciato il debito-monstre del Comune e chiarito la necessità di una norma in grado di mettere in sicurezza i conti dell’ente, ha colto di sorpresa il Pd che, in dieci anni, non è stato capace di produrre altro se non l’idea di una legge speciale per le amministrazioni in crisi (ancora allo stato embrionale). E il contributo dei dem napoletani è stato minimo anche per quanto riguarda il Recovery Plan: non si ha notizia di un solo intervento strategico che il Pd partenopeo abbia suggerito di finanziare con i miliardi messi dall’Unione europea a disposizione dell’Italia. Eppure Bassolino, tra i fondatori di quel partito che non ha esitato a emarginarlo all’indomani delle inchieste sulla gestione dei rifiuti, ci aveva provato a stimolare il dibattito su una questione di rilevanza strategica per il futuro di Napoli. «Il prossimo sarà il sindaco del Recovery Plan», aveva ammonito don Antonio facendo notare come l’orizzonte temporale di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza coincida perfettamente con la durata del mandato del sindaco che sarà eletto in autunno. Niente da fare.

I dirigenti dem erano troppo impegnati a tessere la tela delle alleanze e a cercare a tutti i costi un accordo con il M5S, il governatore Vincenzo De Luca e le oltre venti formazioni che compongono la “galassia progressista”. Che cosa vuole dire tutto ciò? Semplice: il Pd napoletano ha sprecato dieci anni che avrebbe potuto e dovuto sfruttare per costruire una valida alternativa al fallimentare modello politico-amministrativo incarnato da de Magistris. Di questo lavoro, al momento, non c’è traccia. Con buona pace di una città devastata da un decennio di populismo e demagogia prima ancora che dal Covid.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.