La proposta del presidente degli Usa di sospendere i brevetti dei vaccini contro il Covid è un forte atto politico e può aprire un fruttuoso conflitto del pubblico nei confronti delle grandi potenze del mercato che godono di un regime oligopolistico e i cui interessi confliggono con quelli dell’umanità tutta. Dire che la cura viene prima del profitto è rovesciare, almeno culturalmente, quella nera catena che conduce fino alle morti sul lavoro. È spezzare lo schema che riduce alla sudditanza della politica al mercato.

La scelta di Biden non è ispirata soltanto a ragioni umanitarie, pure mai così evidenti, ma altrettanto raramente dichiarate con questa forza. L’evidenza scientifica induce a capire che non c’è, nella pandemia, salvezza degli uni senza la salvezza di tutti. Neanche i Paesi ricchi possono farcela da soli a proteggere le loro popolazioni, ma tutto questo non riduce di nulla la portata della scelta politica di Biden, né la ridimensiona il freno all’esportazione dei vaccini operato dagli Usa, e neppure le precedenti posizioni del Presidente rispetto alla stessa questione dei brevetti. Piuttosto, tutto ciò, come le opposizioni, le resistenze, l’invocazione di ogni difficoltà per la realizzazione della proposta, sottolineano il valore e la portata della scelta, una scelta davvero straordinaria.

Biden, certo sollecitato dall’emergenza indiana, ha dato ragione a tutti coloro, scienziati, attivisti, persone comuni, che dall’inizio della pandemia hanno reclamato la sospensione dei brevetti. Colpisce la diversità che questo grande passaggio mette in evidenza tra il nuovo governo americano e quello europeo. Alla qualificante scelta politica di quello corrisponde l’ignavia e l’incertezza di questo. Il recente convegno di Porto, della scorsa settimana, che allinea l’Europa alla Germania nel negare la sospensione dei brevetti, purtroppo lo conferma. Con l’audacia di Biden nella lotta alla pandemia può essere che si affacci anche altro, può essere persino che sulle due sponde dell’Atlantico stiano emergendo orientamenti politici diversi con i quali affrontare la crisi di fondo.

Di quello europeo sappiamo tutto, conosciamo la scelta espansiva della Banca centrale, la scelta della Commissione di porre fine alla politica di austerity, di sospendere i vincoli iugulatori che l’avevano profetizzata, la scelta di mettere in comune un consistente piano di investimenti e una strumentazione di controllo. L’obiettivo a cui sono chiamati tutti i governi nazionali in questo quadro è quello di evitare una recessione che potrebbe diventare disastrosa e riavviare la crescita. Le linee di azione proposte, guidiate dall’innovazione e dalla riconversione ecologica, sono quelle di modernizzazione e di razionalizzazione delle procedure operative e dei soggetti impegnati nell’operazione, a partire dal funzionamene degli Stati stessi. Il programma europeo e dei suoi Paesi è tutto questo, ma solo questo. Non c’è la giustizia sociale, non c’è la lotta alla disuguaglianza, non c’è l’ambizione, invece necessaria, di una profonda mutazione del modello economico, sociale, ambientale, che è all’origine delle crisi. Non c’è la riforma sociale.

Può essere, invece, che la scelta di Biden sui vaccini, oltre che di portata storica in sé, sia rivelatrice di un diverso orientamento programmatico. Biden e i suoi pari europei certo appartengono alla stessa area politico-culturale, pur con tutte le diversità di eredità politiche, come quelle che hanno segnato le diverse storie dell’Europa e degli Usa. Tuttavia, sembra di avvertire che questi protagonisti si avvicinino a dare ora due interpretazioni diverse del liberalismo. Un importante docente di Harvard, Rogoff, ha detto che «quella messa in campo da Biden nei primi cento giorni è un’agenda progressista molto audace». Essa si impernia su una tripla manovra da oltre 6.000 miliardi, c’è la competizione con la locomotiva cinese, ma c’è soprattutto un bisogno interno, «le ragioni del vincolo interno», avrebbe detto Claudio Napoleoni. Non pare che la manovra si preoccupi di distinguere tra debito buono e debito cattivo, di sicuro non concede nulla alle teorie dello sgocciolamento.

Del resto, è stato Joe Biden a dire: «Il trickle-down economics (lo sgocciolamento) non ha mai funzionato. È il momento di far crescere l’economia in modo inclusivo, dal basso verso l’alto, e allargando il ceto medio». È evidente che i primi destinatari della sua politica sono il ceto medio impoverito e la nuova working class. Nel gigantesco insieme dei provvedimenti adottato a marzo, nei 1.900 miliardi, entrano insieme all’estensione delle indennità di disoccupazione, gli aiuti alle famiglie per il mantenimento dei figli e una tantum di 1400$ a ogni cittadino con un reddito inferiore ai 75mila dollari. Si tratta, come da più parti è stato scritto, di fatto di un reddito minimo garantito. Infatti, Biden ha detto di voler estendere queste misure fino al 2025, insieme a altre misure sociali, a partire dall’accrescimento significativo della spesa per gli asili. Bloccato dal voto del Senato, l’innalzamento che il governo Biden avrebbe voluto del salario minimo a 15$, il governo stesso si è subito impegnato per recuperarlo, almeno per alcuni settori di lavoratori, dove vi è stato possibile.

L’American Jobs Plan, varato in aprile per il lavoro, la crescita, l’ambiente e la cura è alla prova dei fatti. Intanto, si calcola che una famiglia del ceto medio, secondo la definizione statunitense, riceverà 11.000$ di sostegno nel 2021. La sinistra del partito plaude, non ha trovato posto nel governo, ma ora trova ascolto. Alexandria Ocasio-Cortez ha detto che «il piano dell’amministrazione va oltre le migliori nostre aspettative». Sembra di capire che il consiglio degli intellettuali radicali e dei leader dei movimenti, secondo cui il primo compito del governo è quello di dare una risposta al disagio sociale, a quella crisi sociale che il popolo della cortina della ruggine ha rivelato come devastante, sembra di capire che il consiglio sia stato in qualche misura accolto. C’è però anche un suggerimento parallelo, necessario per sconfiggere non solo Trump, ma anche il trumpismo, ancora forte nella società e insidioso.

Esso riguardava l’attacco necessario alla concentrazione delle ricchezze. L’innalzamento delle tasse ai ricchi è l’altro corno del dilemma. È presto per dire se il fisco assumerà davvero anche un compito redistributivo della ricchezza, di fronte all’esplodere delle diseguaglianze e alla fuga dall’onere fiscale consentito alle grandi ricchezze, alle rendite finanziarie, e alle grandissime multinazionali, a cominciare dalle high-tech. Tuttavia, diversamente che nei paesi europei, che in Italia, negli Usa di Biden qualcosa si muove, si muove con l‘aumento delle aliquote sopra i 400mila dollari di reddito, con il rialzo del prelievo sui redditi dell’impresa prima abbattuti da Trump, con l’aumento dei prelievi sui capital gain. Un discorso a parte richiederebbe l’iniziativa del governo Usa per reintrodurre una tassa minima, globale, per le grandi imprese multinazionali e per evitare che siano loro a scegliere il paese dove pagare poche tasse e per evaderla nei paradisi fiscali. Una partita politica-sociale di grande peso, da noi ancora scandalosamente tenuta chiusi dai governi, è al di là dell’Atlantico aperta.

Lo ha inteso bene Bernie Sanders quando ha detto: «Questo è il Paese più ricco nella storia del mondo, non dobbiamo continuare a sostenere un’economia grossolanamente ingiusta, in cui i più ricchi diventano molto più ricchi, mentre milioni di famiglie di lavoratrici e lavoratori lottano per acquisire le più basilari necessità di vita». Sanders approva la scelta di Biden. Su quella breccia aperta avanza anche proposte più radicali sullo stesso terreno fiscale e indica il problema principale: questa economia è all’origine della diseguaglianza, dunque è questa economia che va cambiata. Biden non è Sanders, ma il movimento che è cresciuto negli Usa, fino al Black lives matter, li ha messi uno vicino all’altro.

Può essere che Biden appartenga alla stessa famiglia politico-culturale dei nostri centrosinistra, anzi certamente lo è, ma altrettanto certamente ne dà una lettura, se non opposta, del tutto divergente. Da noi prende corpo un liberalismo razionalizzatore, al di là dell’Atlantico emerge invece un liberalismo dell’eguaglianza, per usare due categorie recentemente proposte nel dibattito culturale. C’è una bella differenza. Che poi sia un uomo come Biden a darle vita dovrebbe far riflettere criticamente anche su quella che da noi in genere si pensa debbano essere le caratteristiche del leader. Forse, la sua prima caratteristica per essere riconosciuto è quella di sapere, insieme ad agire, anche aprire battaglie politiche su grandi temi strategici.

Politico e sindacalista italiano è stato Presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008. Segretario del Partito della Rifondazione Comunista è stato deputato della Repubblica Italiana per quattro legislature ed eurodeputato per due.