La fine della presidenza Trump. L’inizio della presidenza Biden. In mezzo, un’America divisa, radicalizzata, scioccata dall’assalto al Campidoglio. Venti gennaio 2021: un giorno che segna un “passaggio d’epoca” per gli Stati Uniti. Il Riformista ne discute con uno dei più autorevoli studiosi del “pianeta Usa”: Massimo Teodori, professore di Storia e Istituzioni degli Stati Uniti. Tra i suoi libri sull’America, ricordiamo: Ossessioni americane. Storia del lato oscuro degli Stati Uniti (Marsilio, 2017); Obama il grande (Marsilio, 2016); Storia degli Stati Uniti e il sistema politico americano (Mondadori, 2004) e, dal 20 maggio in libreria, Il genio americano. Sconfiggere Trump e la pandemia globale (Rubettino, 2020).

Venticinquemila agenti della Guardia nazionale presidiano Washington per l’Inauguration day. Una investitura “blindata” per Joe Biden. Ma un giorno di festa rischia di trasformarsi in un giorno di paura e di tensione dopo lo shock dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio. Professor Teodori, che America è quella che “eredita” Biden?
Un’America violenta, violentissima, che certamente viene da lontano. Viene dalla sua tradizione di Paese della frontiera. Tuttavia quello che bisogna ricordare sempre con molta precisione è che i gruppi estremisti violenti in questi quattro anni sono stati legittimati, infuocati e sospinti a fare quello che hanno fatto, dal presidente Trump. È lui il vero responsabile della questione, e non tanto quei quattro mascherati che sono andati a fare quella sceneggiata al Campidoglio. La violenza è endemica all’America ma il risveglio della violenza organizzata rispetto alle istituzioni politiche e alla massima istituzione della democrazia, è senz’altro una responsabilità di Trump.

Come si può essere il “Presidente di tutti” in un’America così lacerata e radicalizzata?
Biden cerca di chiudere la ferita. Il suo tono così sommesso, il suo invito continuo all’unità, alla moderazione di tutti gli americani, va in questa direzione. Staremo a vedere in che misura ci riuscirà. La mia impressione è che Trump molto probabilmente sarà fatto fuori da qualsiasi futuro impegno politico, da qualsiasi pretesa di essere di nuovo candidato alla presidenza o alla leadership del Partito repubblicano. Ma il sottofondo che è stato suscitato e che riposa specialmente in alcune aree del Paese, che sono quelle del middle west e quelle del sud, resterà. Il problema più gravoso che Biden e la maggioranza democratica hanno in questo momento è quello di affrontare questo sottofondo che possiamo stimare nel 20-30% della base elettorale repubblicana, che è estremamente radicalizzata. Non è tutta la base repubblicana ma sicuramente ne è una parte importante.

L’uscita dalla Casa Bianca di Donald Trump non segna di per sé, come rimarcano gli analisti politici americani, la fine del “trumpismo”…
Questa è anche la mia idea. Una idea molto fondata. Trump si è rivelato per quello che è, per il suo carattere essenzialmente di deformazione psicologica. Lui sarà messo al bando come già in parte è già avvenuto, sia dalle istituzioni ufficiali sia dal mondo dell’economia, sia anche da altre istituzioni sociali che ormai cercano in extremis di dimostrare di non aver fatto parte del suo gruppo. Ma il “trumpismo” non finirà il 20 gennaio 2021. Perché Trump ha dato una legittimità presidenziale ad un sottofondo estremista di una destra radicale che in America non è nata con la sua presidenza. C’è un tratto “libertario”, declinato in una chiave radicalizzata, che sta nel sottofondo della popolazione americana, di dire prendo le armi contro un Governo che ritengo ingiusto, perché tutto quello che ha animato e continuerà ad animare questi gruppi sarà la convinzione che le elezioni sono state usurpate. Insomma, quello che cento anni fa in Italia fu chiamata la “vittoria mutilata”. Questi americani radicalizzati ritengono che Trump ha vinto e che la loro vittoria è stata mutilata. È una deformazione di carattere psicologico. Grazie ai social e ai nuovi mezzi di comunicazione che fanno opinione, questa narrazione della vittoria scippata, si è diffusa e sedimentata in una parte non secondaria della popolazione americana.

C’è un vecchio assunto nella politica americana secondo il quale nei primi quattro anni alla Casa Bianca, l’obiettivo del suo inquilino è di essere rieletto per un secondo mandato. E nel secondo mandato, di passare alla Storia. Ma cosa può accadere quando, per questioni anagrafiche, il neo presidente dice chiaramente che non si ricandiderà?
Lasciamo stare i detti. Io credo che nonostante l’aria dimessa e il tono non urlato, Biden cercherà immediatamente di prendere una serie di iniziative molto importanti, in primo luogo per ribaltare le azioni e i decreti di Trump. E queste iniziative sono state già annunciate almeno in quattro settori: sul clima, rientrando nell’Accordo di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico, accordo “stracciato” da Trump; la maniera di affrontare la pandemia; la maniera di rivedere il problema dell’immigrazione – Biden ha già annunciato che annullerà il Muslim ban, il decreto che discriminava gli immigrati islamici- e in più una serie di altre iniziative che sono centrate soprattutto su quello che è il nucleo fondamentale della storia di Biden…

Vale a dire?
Il welfare. Non compariamo le cose finché non le vediamo, ma Biden ha in mente di fare, da subito, le cose che Franklin Delano Roosevelt fece nei primi cento giorni della sua presidenza. Attraverso delle importanti manovre di welfare, in questo caso prendere delle misure economiche, rimettere i debiti degli studenti, chiudere il problema degli sfratti, fare un piano economico per i lavoratori, Biden intende seguire questa vecchia tradizione centrista pro lavoratori, oltre che più liberale nei confronti degli immigrati, che fa parte della tradizione del migliore Partito democratico.

Il presidente degli Stati Uniti, anche in questi tempi di crisi pandemica, è il capo della iper potenza mondiale, le cui politiche hanno comunque una ricaduta in un mondo globalizzato. In questa chiave, cosa c’è da attendersi dalla presidenza Biden?
Mentre finora Trump ha cercato di isolare la strategia anti Covid degli Stati Uniti da quella degli altri Stati, minimizzando i rischi assieme a Bolsonaro e simili, c’è da attendersi che Biden riprenda la collaborazione per affrontare il Covid per quel che riguarda i vaccini, le provvidenze all’Organizzazione mondiale della sanità, riprendere tutto quello che era stato troncato da Trump nel suo isolazionismo non solo politico ma di carattere culturale e medico.

In precedenza, lei ha fatto riferimento ad una visione “rooseveltiana” di Biden. Questo vuole anche dire recuperare l’idea di uno Stato imprenditore, un keynesismo del Terzo millennio?
Certamente in Biden c’è un’ala democratica, che è un’ala in cui vede il Governo federale più interventista nella politica economica e nella politica sociale di quanto fosse non solo Trump ma anche altre correnti meno interventiste in termini federali. Bisogna sempre avere presente che la dialettica della politica americana è fra un Governo federale forte e un Governo federale più debole che lascia via libera ai singoli Stati. Tradizionalmente i repubblicani sono sempre stati, almeno negli ultimi cinquant’anni, a favore di un maggiore potere degli Stati e di un minore potere del Governo federale. Questo è stato sicuramente Reagan, i Bush padre e figlio, e un po’ tutti i presidenti repubblicani. Io vedo in Biden la ripresa di questa idea che il Governo federale deve colmare tutte le insufficienze, soprattutto nella politica economica e sociale, da parte degli Stati. E questa è la tipica tradizione “rooseveltiana”, in cui per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, il Governo federale fosse il perno della triangolazione fra imprenditori, sindacati e lavoratori.

Questo è anche un messaggio, una indicazione per l’Italia?
Questo dipende dagli italiani non dipende dagli Stati Uniti. Non pretendiamo dagli Stati Uniti, neanche dal “rooseveltiano” Biden, che vadano a sostituire le politiche che si fanno in Italia o in Europa. Questa è una idea che non sta in piedi. Non sarà Biden a togliere le castagne dal fuoco all’Italia e all’Europa.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.