Tutto è avvenuto secondo le regole, salvo la rottura delle regole. Un ufficiale della marina italiana, Walter Biot, afflitto dal mutuo, dai bambini e dai cani da mantenere, è stato colto in flagrante atto di vendita di materiale militare classificato (cioè segreto) ad agenti russi e arrestato. Sembra soltanto quel che appare: una storia di povere spie. Ma non lo è. Tutti i Paesi si spiano e i russi sono sempre stati non soltanto dei grandi maestri d’intelligence, ma anche infaticabilmente attivi a prescindere dai venti di guerra, che fosse fredda o calda. Non sta lì l’anomalia.

L’anomalia è nella scelta delle apparenze, che fanno la sostanza. Provo a capirci qualcosa, avendo per anni presieduto una Commissione parlamentare sull’intelligence russa ed essendo persino stato annichilito da quei nobili artisti che usano ancora un prevalente fattore umano su quello tecnologico (è la scuola del master spy Giacomo Casanova che oltre alla seduzione coltivava nella Serenissima Repubblica di Venezia l’arte contigua della seduzione e del tradimento, diffusa da allora nel mondo dell’oriente slavo).

Le spie – per un sistema di regole del gioco – non vengono mai acciuffate, ammanettate sotto i riflettori e sbattute in prima pagina. Mai. Quando uno Stato trova una spia, in questo caso un proprio militare infedele per denaro, lo rende un agente doppio: “Tu da oggi darai ai russi (perché di russi si tratta) soltanto i documenti che ti prepariamo noi e saremo noi a dirigere il tuo utilizzo”. Dall’altra parte la potenza implicata sa come agire e reagire e si creano quelle situazioni a catena che fanno la gioia dei racconti spionistici e dei loro consumatori letterari.

Ma nella vicenda dell’ufficiale italiano che vendeva segreti militari ad agenti russi sotto copertura diplomatica, qualcosa è andato storto. Con una operazione sotto la luce dei riflettori e delle telecamere è stato consumato il rito dell’arresto del soldato traditore, quello dello sdegno politico, l’inflizione della rituale condanna dell’espulsione di diplomatici cui segue immancabilmente l’eguale e misurata rappresaglia. Ma con alcuni piccoli elementi ulteriori: da Washington il Dipartimento di Staso ha gridato forte e chiaro all’Italia “Ben fatto, siamo con voi”, dal Cremlino la voce del ministro degli Esteri Sergev Lavrov (che sembra una felice reincarnazione del sovietico Andrej Gromiko) si è levata per manifestare la presa d’atto di una situazione radicalmente modificata: “Non erano queste le regole con cui giocavamo di comune accordo, prendiamo atto del vostro cambiamento ma ci conformeremo”.

Che cosa è cambiato e che cosa sta all’origine dei cambiamenti? Qui si entra nell’opinabile, ma dopo lunghe conversazioni nelle room on line con Mosca e altre capitali, ho visto prevalere l’interpretazione più sensata. La nuova amministrazione americana – cosa che su queste colonne avevamo più volte previsto e indicato – riparte dall’”heri dicebamus” lasciato aperto da Barack Obama e dalla sua protegée Hillary Clinton: la guerra con la Russia non è chiusa e la riprendiamo da dove l’avevamo lasciata. L’ultimo atto significativamente ostile del governo Obama fu la collocazione in Polonia – con un grande apparato di festeggiamenti popolari – di una brigata corazzata super tecnologica, in grado di contenere, se non intimidire, ogni velleità russa di premere sulla Polonia.

Quell’apparato di altissima tecnologia militare non è stato rimosso da Donald Trump, che si è ritirato da tutti gli altri fronti indignato con l’Europa, ma più che altro con Angela Merkel che non è disposta a mandare all’estero neppure un vigile urbano. L’attuale esercito tedesco è una organizzazione deliberatamente poco militare ed è nota la definizione che dei soldati tedeschi di oggi hanno dato i servizi inglesi: “I tedeschi sembrano campeggiatori aggressivi e con nessuna voglia di lavorare”. Le esercitazioni della Nato in centro Europa si svolgono ormai con una partecipazione distratta e quasi irritante dei tedeschi che hanno sempre i carri armati in manutenzione.

Gli Stati Uniti nel frattempo hanno aumentato in queste ultime ore l’impegno in Ucraina dove Kiev ha scelto la linea dura contro i russi e filorussi di casa. Nel Mare del Sud della Cina continua a salire la tensione ed è di ieri la notizia che l’Indonesia ha appena scoperto di aver trovato in alcuni suoi isolotti delle postazioni militari cinesi costruire in fretta e furia da equipaggi di piccoli pescherecci che avevano chiesto asilo durante una tempesta. Se l’Indonesia insiste chiassosamente per ottenere una presa di posizione in armi degli Stati Uniti, vuol dire che anche la catena delle isole che governa fa parte di fatto di una coalizione marittima, mentre a Taiwan proseguono i sorvoli armati della Cina continentale. Tutto ciò non indica per fortuna che una guerra sta per scoppiare. Ma solo – ed è più che abbastanza – che una guerra potrebbe scoppiare: War is an option. E su questa ipotesi di lavoro gli allenatori radunano le squadre, selezionano giocatori e ruoli e, nel caso dell’Italia, pretendono atti incontrovertibili e chiari di adesione, lealtà e schieramento senza se e senza ma.

E come il caso della povera spia con troppi cani e troppi bambini da mantenere, l’hanno avuta. Il filo-russo (ma ancor più filo cinese) Di Maio ha immediatamente prodotto l’atto di contrizione richiesto e tutti i suoi si sono allineati come soldatini sulle direttive del presidente Mario Draghi, il quale agisce in sintonia sia con Bruxelles che con Washington ma anche – se non ci sbagliamo – con il Regno Unito, che per la guerra cinese ha già inviato nelle acque contestate il suo più pregiato capolavoro miliare, la portaerei Queen Elizabeth.

Mentre l’Occidente europeo e americano dà segni di ripresa dopo lo shock pandemico, si stanno formando le squadre e le risorse per esercitare pressioni militari o almeno rendere possibili i fantasmi di quelle pressioni. Il materiale tecnologico contrabbandato dall’ufficiale italiano sembra non di grandissima attualità e le modalità della consegna sa di arsenico e vecchi merletti, del resto in cambio di poche migliaia di dollari.

Ma il pretesto è arrivato e – certamente prima ancora che tutto avvenisse sotto i riflettori dei media – ogni dettaglio e ogni conseguenza erano stati calcolati come si fa tra giocatori di livello. È stato così per esempio che la televisione russa, a poche ore dall’annuncio dell’arresto in Italia, ha potuto mandare in onda magnifici documentari giornalistici sulla vicenda, preparati con largo anticipo. Il capitano di fregata italiano ha scelto il momento peggiore per mettere all’asta le carte cui aveva accesso, perché si è trovato in una tempesta infinitamente più grande delle sue minuscole forze di bancarellaro di segreti. Il segnale è comunque partito e ci saranno sviluppi. Non resta che mettersi alla finestra per seguirli, magari con la protezione di sacchetti di sabbia e occhiali da sole.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.