Mi servirebbe una bomba col telecomando” per uccidere un ragazzo di 21 anni che “non ha fatto lo scemo con “e guaglione” (le ragazze, ndr)” ma “ha fatto lo scemo in tutte le maniere e si merita questo… ha toccato la famiglia, la famiglia è sacra“. E’ la richiesta avanzata da due giovani al boss di Pianura Antonio Calone, arrestato la scorsa settimana nell’ambito di un blitz della Squadra Mobile di Napoli e della Procura contro i due clan del quartiere napoletano da anni in contrasto.

In una intercettazione ambientale del 9 maggio 2021, si assiste a una conversazione allucinante nell’abitazione del reggente del clan di via Napoli che riceve due ragazzi provenienti da Pomigliano, comune a nord di Napoli, che grazie al legame di parentela con lo “zio Giovanni” riescono ad ottenere un incontro con il boss che si ritrova spiazzato davanti alla richiesta avanzato (“Nientedimeno? E che devi fare?”, “Do una bomba in mano a un inesperto?“). Una conversazione raccapricciante quella raccolta dagli investigatori di cui non si conoscono gli sviluppi. Non è chiaro infatti se l’ordigno è stato poi consegnato ai due ragazzi. Ma a raggelare è la spavalderia di un giovane di 22 anni disposto a tutto pur di eliminare fisicamente un suo rivale nella zona delle palazzine della 219 di Pomigliano.

“Noi per venire qua sicuramente sappiamo che stiamo venendo da una persona potente no?” le parole rivolte al boss. Una conversazione che – secondo la ricostruzione della DDA di Napoli – mette in luce lo spessore criminale di Calone, riconosciuto peraltro da latri gruppi della zona e da soggetti che si rivolgono a lui anche per risolvere questioni personali. Calone che per l’organizzazione in questione, Calone-Esposito-Marsicano, si occupava soprattutto delle estorsioni e della gestione delle case popolari: “Il comune sono io frat’a mé!” e “qua nessuno vende una casa se non lo vengo a sapere io in questo parco”. Poi con il passare dei mesi è stata ricostruita anche la rottura con il nipote Carlo Esposito ed Emanuele Marsicano, genero di Carluciello.

Ma torniamo al dialogo tra i giovani di Pomigliano e il boss che prova in tutti i modi a dissuaderli: “A prescindere da quale sia la tua sofferenza, la tua rabbia, guardati bene quello che stai facendo. Tu stai facendo una cosa di terrorismo“. Ma il ragazzo insiste perché l’affronto subito va vendicato a tutti i costi: Questo “tiene le corna da quando è nato, la metto dove la mette nel vicolo (la macchina, ndr) e come passa la faccio saltare in aria”.

Addirittura si informa sui rischi che corre. “Io non voglio uccidere con la pistola perché con la pistola lo pago al cento per cento” spiega al boss che replica: “E allora uccidilo con il caffè“. “Ma io non è che sto con lui, non è che tengo rapporti, quello non mi deve neanche salutare” sottolinea il 22enne, consapevole dell’obiettivo da raggiungere tanto da mettere in conto almeno dieci anni di carcere: “Sto pacco (la bomba, ndr) quanti anni sono? 10? Perché io tengo 22 anni, esco a 32 non fa niente però mi levo un grande peso sopra alle spalle ‘o frat”. Poi aggiunge: “Mi chiamo un taxi e mi faccio portare a Pomigliano.

Poi ribadisce: “Uccido a questo, poi vediamo che succedere (ride) basta che non mi zompa nella macchina mentre la sto portando (ride). Già so dove passa la macchina, la strada e tutto cosa, gliela metto sotto la macchina e mi metto dentro un vicolo, come passa fuori a quel vicolo…”. L’amico chiede infine al boss un consiglio tecnico: “Quanto distante posso stare?”. “Assai” replica Calone. “Cento, duecento metri?” domanda. “Un chilometro…”

 

 

Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.