Parlano di pace e praticano la violenza contro chi non c’entra niente, contro chi ha solo “la colpa” di essere russo, anche se un russo morto. Anche se è un grande scrittore come Fedor M. Dostoevskij. La censura nei confronti di Paolo Nori non è una doccia fredda. I segnali erano già arrivati, come la decisione del sindaco di Milano Sala di cacciare il direttore della Scala Valery Gergiev. Gli era stata chiesta un’abiura che lui non ha fatto e il primo cittadino milanese, lo stesso che oggi critica con qualche “ma” la rettrice della Bicocca, non ci ha pensato su due volte e lo ha licenziato.

Un atto moralistico che non ha nulla a che fare con le responsabilità di Putin o con la volontà di fermare la guerra. La risposta è quella di chi cerca un capro espiatorio, qualcuno da gettare in pasto all’opinione pubblica per saziarne la voglia di giustizia o meglio di giustizialismo.
Con Nori si è fatto un passo in più, che lo scrittore ha giustamente definito ridicolo, ma proprio perché ridicolo è grave, gravissimo. In questo momento di follia putiniana, in cui i civili vengono bombardati, ricordare il grande scrittore russo era ed è (se Nori decide di accettare il nuovo invito) un’occasione unica per parlare di cultura, letteratura, perdono e incontro con l’altro. E la pace che cosa è, la sua costruzione che cosa è se non questa capacità di andare incontro all’altro, di riconoscerne le ragioni, di usare non le bombe ma il dialogo, la conoscenza dell’animo umano?

Annullando il corso come voleva fare la rettrice dell’Università milanese non si volevano solo evitare le polemiche, che invece sono esplose. Si voleva assecondare la cultura della vendetta, dell’occhio per occhio, dente per dente. Si voleva far propria la logica di guerra radendo a zero il pensiero dell’altro, un altro che è stato forse il più grande scrittore di sempre. Va bene, se è questo che volete fare, almeno ditelo, ammettetelo. Distruggete tutto quello che non rientra nel vostro canone, tutto ciò che vi dà fastidio, tutto ciò che non rientra nella vostra visione, date fuoco ai libri e agli scrittori come nel romanzo Fahrenheit 451, come facevano i nazisti.

Non è l’orgia del politicamente corretto come qualcuno scriverà: il politicamente corretto è la voce di chi non aveva voce che si affaccia alla storia. Questo invece è moralismo, è credere di essere sempre nel bene, nel giusto. Di possedere la verità. Ma non lo si faccia in nome della pace. Questa è guerra alle idee, a chi le rappresenta. Una guerra al futuro, se ancora ne abbiamo uno davanti a noi.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica