Tirato per la giacchetta a destra e a manca, nel senso di sinistra, Calenda sfida il Pd. «Se c’e’ una cosa che è uscita molto chiara dal voto – ha detto il leader di Azione a “Oggi è un altro giorno” su Rai 1 – è che i romani non vogliono più vedere i 5 stelle al governo. Su questo serve un chiarimento». A che cosa si riferisca, l’ex ministro lo chiarisce subito. «Più in generale, io credo che il Pd – spiega Calenda – oggi debba decidere se continuare a perseguire un’alleanza con i 5 stelle, una forza che ormai si sta sciogliendo, o guardare ad un’area più riformista».

A chi gli chiede se a suo avviso i candidati del centrosinistra e centrodestra, Roberto Gualtieri ed Enrico Michetti, sono a pari merito, Calenda continua a rispondere: «Vorrei che Gualtieri chiarisse se ci saranno 5 stelle in giunta…», chiosa Calenda. Dove vuole andare a parare, il leader di Azione lo precisa subito. «Io ho fatto una lista civica votata da persone di orientamenti molto differenti e non farò nè apparentamenti né alleanze», premette. Poi l’affondo diretto. «Io non appoggio Gualtieri», in caso «sarà una dichiarazione a titolo personale» ma «ci devono essere alcune condizioni», per esempio «non devono esserci i 5 stelle in giunta». L’orientamento è insomma chiaro: dare l’endorsement a Gualtieri, in cambio della promessa di estromettere i grillini dalla cabina di regia del Campidoglio, in caso di vittoria al ballottaggio su Michetti.

Per meglio tratteggiare i termini della questione, Calenda aggiunge che «Io non mi sento di destra, non ho mai votato destra». L’obiettivo dichiarato che trapela dalle parole di Calenda è costruire , a partire da Roma, un “rassemblement” liberale (alcuni preferiscono chiamarlo lib-dem), fortemente ancorato all’Europa, che possa occupare lo spazio di quanti non si riconoscono né nel Pd né nel centrodestra sovranista a guida Meloni-Salvini. E diventare così l’ago della bilancia per una futura coalizione di governo sul modello dei partito liberale tedesco Fdp. E il totem di riferimento è Mario Draghi o, almeno, il suo decisionismo. A spiegarle bene il progetto è Matteo Renzi: «L’area riformista (dai moderati che non vogliono Salvini e Meloni, fino ai democratici che non vogliono morire grillini) è fortissima. Sia dove vinciamo, sia dove facciamo testimonianza, i risultati sono molto buoni. E questo è fondamentale in vista del 2023». Parole molto simili a quelle di Carlo Calenda che, pur non diventando sindaco di Roma, può vantare il successo di essere il primo partito di Roma, avanti anche al Pd: «il dato è che esiste un’area di riformismo pragmatica che non si accontenta dell’offerta politica attuale».