Non sono un sociologo ma la mia disciplina, il diritto costituzionale, da tempo si occupa a suo modo della crisi dei corpi intermedi. L’espressione merita qualche chiarimento. Per corpi intermedi si intende tutto ciò che si frappone tra l’individuo e lo Stato, quindi in prevalenza – con sfumature terminologiche e culturali diverse – associazioni, formazioni sociali, corporazioni e altro. La nostra Costituzione li prevede come luoghi di espressione della personalità del singolo e titolari di autonomi diritti e obblighi. Aggiungo che storicamente il filosofo che ha più sottolineato il ruolo di questi corpi intermedi è stato Hegel, un pensatore con forti tratti organicistici, che è anche il pensatore della dialettica e della mediazione politica.

Perchè tante storie? Perchè ho indicato alcune parole che messe in fila portano facilmente ad unire i punti, ed esce “Unione degli Industriali”. Ripetiamo queste parole che rappresentano tutte un aspetto del problema: corporazione (o associazione, comunità o ciò che vi pare), individuo, Stato, mediazione. L’Unione degli industriali sarebbe un insieme di individui che fanno comunità dai tratti – in senso assiologico – corporativi, cioè deputata a rappresentare gli interessi degli industriali nel settore delle relazioni industriali. Ora quale è il problema? Il problema è che il campo di gioco non c’è più. Non entro nella vicenda spicciola, che conosco poco o nulla. Ma credo di sapere che dietro scontri di ambizioni, di interessi, di caratteri, vi siano delle questioni più profonde. Perchè scontri di personalità e di interessi vi sono sempre stati, ma hanno convissuto con i corpi intermedi.

Il Novecento è stato il secolo dei corpi intermedi, e più in particolare i cosiddetti “gloriosi trenta”, cioè gli anni del secondo dopoguerra fino all’accentuato avvento della globalizzazione o, come poi si sarebbe detto, del cd. Washington consensus (convenzionalmente inizio anni ‘70). Tutte le nostre istituzioni sono prodotto di una certo stadio di socializzazione, un certo modo di essere dei rapporti tra individui e Stato, nonchè di certe modi di essere strutturali e sovrastrutturali. Questo modello è stato chiamato “consenso social-democratico” per intendere non un partito, ma una forma di Stato, quella appunto democratico-sociale. Non dico che non ci sia più, ma oggi è profondamente in crisi. Lo Stato non controlla più l’economia come prima, il consensus di cui sopra è la ricetta che l’Occidente ha applicato a tutto il mondo, cioè apertura degli scambi, privatizzazioni, riduzione delle tasse sulle imprese e così via.

Ciò ha prodotto dei veri e propri contenitori vuoti e, in generale, uno svuotamento di tutte le istituzioni sociali, comprese quelle costituzionalmente più indispensabili (come i partiti). Del resto la dizione “industriali” non descrive affatto sociologicamente i soci dell’Unione degli industriali di Napoli, come è stato detto molte volte, dati alla mano da persone assai più informate di me. Non è solo che non c’è più la lotta di classe e i “padroni”, è che l’economia è andata per un verso verso l’espansione dei servizi, verso i beni immateriali, e anche quando è rimasta manifatturiera ha preso la via dell’esportazione delle catene di valore o, comunque, delle basi fiscali. Il mondo di oggi è dominato da trasporti e logistica. L’imprenditore di un tempo, residuale.

Gli industriali, intesi come imprenditori di beni, hanno tra loro esigenze infinitamente diverse: c’è chi vive di Stato e chi di mercato, chi produce qui, chi produce all’estero, e chi vende solo (e quindi è imprenditore per modo di dire). Ma nell’Unione ci sono anche i produttori di servizi: un universo, e variegato. Del resto la Fiat è uscita da tempo da Confindustria, come noto, e oggi è una cosa completamente diversa da quella che conoscevamo. Se a questo si aggiunge lo spappolamento del tessuto economico e sociale napoletano e campano, nonostante la presenza di importanti realtà, non deve meravigliare quel che accade, ma che non sia accaduto prima.