“Ogni tanto mi chiedo cosa mai stiamo aspettando”. Silenzio. “Che sia troppo tardi, madame” scriveva Alessandro Baricco nel suo Oceano Mare. Qui invece siamo in carcere e si affoga in un oceano di indifferenza, disumanità, spregio della legge. Sapete qual è il paradosso? Si affoga laddove manca acqua. Incredibile, no? Invece siamo nel 2022 e nei penitenziari manca l’acqua corrente. E soprattutto carcere vuol dire morte. Cosa stiamo aspettando? Anche noi, anche voi, che sia troppo tardi? Che ci saranno altri morti da piangere per pochi minuti, fare una mea culpa retorico prima di continuare a passare sui diritti umani, sì, perché nel caso qualcuno se lo sia dimenticato i detenuti sono umani anche loro.

Con la sfortuna di sedere dalla parte degli ultimi, su quelle sedie dove si accomoda l’umanità che per sorte o per scelta è considerata indegna. Come indegna è stata considerata la morte di un detenuto di 47 anni deceduto nel carcere di Poggioreale qualche settimana fa nell’indifferenza generale. Pare sia stato colpito da un infarto fulminante. È stata aperta un’inchiesta sull’accaduto, ma una finestra si dovrebbe aprire sull’aberrante condizione dei penitenziari. L’ultimo fatto arriva dal carcere di Santa Maria Capua Vetere. E… avviso ai giustizialisti: non leggete oltre. Perché è stata scarcerata la moglie di un camorrista, qualcuno potrebbe storcere il naso davanti a un giudice che si è ricordato cosa dice la legge in materia di diritti umani. È stata scarcerata perché il trattamento che le è stato riservato è stato definito, dal giudice e non da noi, inumano e degradante. “Per 1602 giorni la detenuta ha patito la carenza dell’acqua potabile”: lo scrive nero su bianco il magistrato di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere nell’ordinanza con la quale ha disposto una riduzione di pena e, in base al ricalcolo, in assenza di ulteriori provvedimenti, anche la scarcerazione, per Emilia Sibillo, moglie del ras Giuseppe Buonerba, quest’ultimo ritenuto elemento di spicco dell’omonimo gruppo camorristico napoletano.

Più di mille giorni in una cella, non consona alla vita umana. La donna, che ora attende di lasciare il penitenziario, dal 2015 sta scontando una condanna (8 anni e 6 mesi per associazione di tipo camorristico) nel carcere casertano di Santa Maria Capua Vetere dove manca l’allaccio alla rete idrica e l’acqua viene prelevata da due pozzi artesiani per poi essere potabilizzata. Il giudice, umano troppo umano lamenterà qualcuno, ha accolto l’istanza presentata dal legale della donna, l’avvocato Sergio Simpatico, per il quale «finalmente in Italia si fanno valere i diritti umani anche per i detenuti. Con questa ordinanza – conclude – non possiamo sentirci più l’ultima ruota del carro». Non solo la mancanza di acqua potabile, ma anche di aria. Nel reclamo, infatti, l’avvocato Simpatico ha evidenziato anche che la detenuta ha fruito di pochissime ore d’aria e che le celle erano di dimensioni ridottissime (meno di 3 metri quadrati pro capite). Il giudice ha ridotto di 160 giorni la pena da espiare e concesso un indennizzo di 16 euro. In base al ricalcolo, Emilia Sibillo, avrebbe dovuto essere scarcerata circa un mese e mezzo fa.

La “grave mancanza di acqua potabile nell’Istituto di Santa Maria Capua Vetere”, peraltro già sottolineata in più occasioni da diverse istituzioni, è stata evidenziata lo scorso 21 febbraio nell’istanza con cui è stato anche ricordato che il carcere vive “in una situazione di sovraffollamento”. In sostanza, è la tesi dell’avvocato, accolta dal giudice, tutto questo “comporta un aumento esponenziale del trattamento inumano e degradante, che diventa esagerato, con grave nocumento per la salute, minata dalla carenza di igiene senza acqua”. Questa è la storia di una donna che doveva sì scontare una pena per gli sbagli commessi, ma non troviamo scritto né nella Costituzione né in nessun manuale giuridico che doveva essere trattata come una bestia. Anzi, peggio, le bestie possono bere quando vogliono. E non è l’unica storia che viene fuori dall’inferno carcere. In queste ultime ore, è tornato l’incubo del Covid che se unito al caldo infernale, insopportabile, restituisce la diapositiva di un sistema che vìola tutti i diritti umani.

Perché in carcere a scontare una pena inumana oggi ci sono anche un novantenne e un uomo che pesa quasi 300 chili. «Tenere in carcere un ultranovantenne, già da quattro anni in carcere, e un obeso di 270 chili, con problemi cardiopatici, riconferma che nel nostro Paese c’è una cultura giuridica grezza e retrograda, che non tiene minimante conto dei dettami della Costituzione»: sono parole dure quanto decise quelle del Garante campano dei diritti delle persone sottoposte a misura restrittiva della libertà personale, Samuele Ciambriello, che nelle ultime ore si sta occupando di due detenuti, entrambi ristretti nella Casa circondariale di Poggioreale, che si trovano in una condizione da lui definita «paradossale».

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Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.