Ho avuto già modo di esprimere la mia opinione -e non intendo ritornarci- non tanto sulla vicenda processuale a carico di Mimmo Lucano, che conosco poco come d’altronde il 99% dei commentatori, quanto su una certa nebulosità e contraddittorietà delle appassionate argomentazioni del fronte innocentista. Ho espresso la mia sincera empatia per l’imputato, il mio giudizio sulla insensata entità della pena inflitta, il bisogno ineludibile -per tutti noi- di leggere le motivazioni di questa spropositata condanna per poterne finalmente parlare con cognizione di causa. Ma poiché nel dibattito infuocato su questa complessa vicenda ho sentito ripetutamente evocare -anche in polemica con quella mia presa di posizione- il tema della disobbedienza civile come chiave di lettura di quel processo, mi sembra opportuno cogliere l’occasione per qualche chiarimento.

Non ho lezioni da impartire, non avendo praticato personalmente la disobbedienza civile se non a 18 anni, da obiettore di coscienza al servizio militare (stiamo parlando del 1974), rifiutando insieme a molti altri militanti radicali la Commissione esaminatrice allora imposta dalla legge (che fu poi, infatti, cambiata), e così esponendoci tutti ad un processo per diserzione. Ma ho difeso per una vita, in decine e decine di processi penali, Marco Pannella, Emma Bonino, Gianfranco Spadaccia, Rita Bernardini, Roberto Cicciomessere, e tanti altri militanti radicali, arrestati e spesso condannati a causa dei propri atti di disobbedienza civile, che hanno cambiato il volto ed anche la storia di questo Paese. Da ultimo Marco Cappato nella sua battaglia sulla eutanasia legale, che sta ora felicemente portando a compimento. Credo dunque di poter dire qualcosa, senza iattanza e con molta umiltà, cogliendo questa importante occasione.

La disobbedienza civile non è una giustificazione postuma di una condotta violativa della legge. Non funziona così. Il disobbediente prende di mira una legge che giudica ingiusta, e si determina a violarla platealmente, adottando modalità che ne rendano immediata la percezione da parte della Pubblica autorità, o addirittura, se del caso, anticipando pubblicamente l’intenzione di violarla, nonché modalità luogo e circostanze della progettata violazione. Il disobbediente vuole il processo, si assume con pienezza la responsabilità della propria condotta. Sa che praticare aborti quando la legge lo vieta, distribuire singole dosi di hashish, rifiutare il servizio militare obbligatorio, aiutare chi implora il suicidio assistito per liberarsi da sofferenze indicibili, comporta un processo e -se la legge non cambia- una condanna. È ciò che egli vuole, in modo che appaia evidente alla pubblica opinione, al Parlamento, alle istituzioni, l’ingiustizia di quella legge presa di mira, e si possa dare l’innesco alla sua modificazione o abrogazione.

Il disobbediente pone il dilemma di Antigone e Creonte, la distonia tra Legge e Giustizia, prima di violare la legge, non pretende di farsene scudo dopo; lo fa consegnandosi nelle mani della Giustizia, per sfidarla a condannare o altrimenti -per dirne una- a sindacare la costituzionalità della norma incriminatrice, non per pretendere l’assoluzione in nome della nobiltà della propria condotta violativa del precetto normativo. Sia chiaro: la nobiltà delle ragioni della propria condotta ha certamente, deve avere certamente, in un giudizio giusto ed equo, il suo enorme peso. Il nostro sistema lo prevede come attenuante sia generale (attenuanti generiche) che speciale (attenuante dei motivi di alto valore morale e sociale); in specifici casi vale ad escludere la punibilità (adempimento di un dovere, esercizio di un diritto, stato di necessità proprio o altrui). A Mimmo Lucano sono state negate sia le esimenti che le attenuanti, e dovranno pur spiegarci con precisione perché: ma cosa c’entra la disobbedienza civile?

La strepitosa arringa di Piero Calamandrei in difesa di Danilo Dolci, che Il Riformista ha avuto il grande merito di rilanciare in questi giorni, è infatti l’arringa in difesa di un disobbediente. Dolci organizzò uno “sciopero alla rovescia” e in nome del diritto al lavoro negato, portò i braccianti siciliani a lavorare terre abbandonate nella Trazzera vecchia a Partinico, venendo arrestato, processato e condannato per occupazione di suolo pubblico e resistenza a pubblico ufficiale. Ecco, leggeremo con enorme attenzione le motivazioni di questa sentenza del Tribunale di Locri, per capire le ragioni per le quali le condotte dell’allora Sindaco di Riace siano state ritenute immeritevoli, nientedimeno, perfino delle semplici attenuanti generiche, e solo allora potremo formarci un conclusivo giudizio sulla vicenda, sulla condotta di Lucano e le sue ragioni, e sulla evidente intenzione di esemplarità che il Tribunale ha inteso dare al proprio giudizio di condanna.

Ma la disobbedienza civile invochiamola con cognizione di causa, nel rispetto di una grande storia civile e politica di quanti hanno cambiato leggi e migliorato la vita di tutti noi mettendo in gioco la propria libertà, la propria incensuratezza, la qualità stessa della propria vita, mai pretendendo null’altro che cambiare le leggi ingiuste contro le quali hanno inteso lottare.

Presidente Unione CamerePenali Italiane