Come accade quasi sempre nei processi penali, ci sono due Mimmo Lucano imputati -di reati molto gravi- davanti al Tribunale di Locri. C’è, raccontato dalla difesa, il protagonista quasi leggendario di una amministrazione comunale divenuta esempio mondiale di inclusività; e c’è, descritto dall’Accusa, un pubblico amministratore che consapevolmente viola le leggi che avrebbe il compito di far rispettare, per lucrare consenso politico per sé ed utilità anche economiche per una ristretta cerchia di persone da lui selezionata. Secondo i magistrati inquirenti ed il collegio giudicante, i fatti accertati in giudizio ci consegnano -al di là di ogni ragionevole dubbio- il secondo Mimmo Lucano. Vi è disaccordo solo sull’entità della pena, la cui insensata sproporzione appare difficilmente confutabile.

Secondo la difesa, in verità parca di dettagli tecnici nella sua comunicazione pubblica (a differenza del Procuratore di Locri, che si è impegnato in puntigliose e fin troppo generose dichiarazioni pubbliche), non può rispondere di peculati, truffe ai danni dello Stato e malversazioni varie un uomo che, anche secondo l’Accusa, non solo non si è arricchito di un solo euro, ma ha vissuto e vive quasi a livello di indigenza. Secondo l’Accusa, le motivazioni politiche o etiche della condotta amministrativa del sindaco Lucano e l’assenza di illeciti arricchimenti personali non possono legittimare la sistematica e consapevole violazione della legge, soprattutto quando si amministra denaro pubblico, ed anzi tale condotta è a tal punto grave da meritare, secondo il Tribunale, pena massima e nemmeno le attenuanti generiche.

Mai come in un caso così radicalmente controverso, occorre necessariamente attendere la lettura delle motivazioni. Capiremo se sono controversi i fatti nella loro materialità, o se si debba discutere di cause giustificative di condotte comunque violative della legge. Fa una bella differenza, insomma, capire se si addebitano ingiustamente a Lucano fatti da costui mai commessi, o se invece, pacifici essendo i fatti, si discute se condotte obbiettivamente e dolosamente violative della legge meritino di essere giustificate da superiori motivazioni etiche e di solidarietà sociale, e perciò non punite. Nel primo caso, ci troveremmo di fronte ad un atto di pura persecuzione giudiziaria e politica; diversamente, la questione è di tutt’altro valore e significato, e si fa complessa.

Ecco perché, pur dovendo confessare una mia personale empatia e solidarietà emotiva nei confronti del sindaco di Riace, faccio una enorme fatica a comprendere se e in quali termini questo ineludibile dilemma sia stato risolto dal vasto e assertivo fronte “innocentista”. Anzi, nel fiume di parole di censura e di indignazione suscitate dalla eclatante sentenza di condanna, non mi pare di aver mai visto ipotizzare falsi addebiti o prove travisate. Si tratta di una presa di posizione che pretende di consolidarsi a monte di quel dilemma. Il valore etico e morale della condotta di Lucano è tale da non poter divenire oggetto di un burocratico giudizio di conformità alla legge. Ma se le cose stanno così -e temo che stiano così- ecco emergere la vera natura e la vera matrice ideologica di questo pur legittimo fronte innocentista, che non ha nulla a che fare con il tema delle garanzie difensive, della presunzione di colpevolezza, del diritto al giusto ed equo processo.

C’è un mondo valoriale nel perseguimento del quale si è unilateralmente persuasi che non sia lecito opporre il vincolo del rispetto della legalità. Una postulazione schiettamente ideologica, condivisibile o meno ma certamente estranea alle tematiche del diritto e del processo. E questo spiega con chiarezza la ragione per la quale le persone che la hanno così vibratamente espressa sono le stesse -fatta salva qualche eccezione- che non hanno detto una parola, per esempio, dopo la recente sentenza di assoluzione nel processo sulla Trattativa Stato-Mafia. Il segretario del Pd Enrico Letta, per fare solo un esempio tra i più eclatanti, si è detto esterrefatto per la condanna di Lucano, e solidale con lui, ma non ha detto una sola parola di solidarietà nei confronti del Generale Mori, vittima -insieme ai Mannino, ai Di Donno ed a tanti altri- di decenni del più insensato accanimento giudiziario e mediatico andato in scena nelle aule di giustizia del nostro Paese.

È del tutto evidente il valore che assume, in un mondo così avvelenato da egoismi, discriminazioni sociali e razziali, violenza ed indisponibilità verso ciò che è diverso da noi, una eresia come quella di Riace; così come, per le stesse ragioni, appare odiosa l’avversione viscerale verso di essa. Ma pretendere che la giustizia penale faccia propri quei valori, rinunziando in nome di essi a giudicare fatti e conformità alla legge delle condotte, equivale a negare il valore universale del diritto e della legge. La giurisdizione è giudizio sui fatti e sulla rispondenza delle condotte alle norme incriminatrici, nel rispetto rigoroso delle regole del processo; non è, non può mai essere, lo stilare elenchi dei buoni e dei cattivi, dove, inesorabilmente, i buoni siamo sempre noi, ed i cattivi sempre gli altri da noi.

Presidente Unione CamerePenali Italiane