Con l’ottimismo della volontà, cui non sappiamo se sia sotteso il pessimismo della ragione, l’ex procuratore Giancarlo Caselli saluta con entusiasmo il dibattito politico acceso tra le toghe sulla sentenza che a Locri ha condannato a tredici anni e cinque mesi l’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano. Non ha torto, l’ex alto magistrato, anche se è un po’ sorprendente il linguaggio (e non solo) con cui liquida la disvelazione, da parte di Luca Palamara, di quel “sistema” politico, partitico e clientelare che governava, e forse ancora governa, i rapporti interni alla magistratura italiana. Bella notizia, questa ripresa di discussione tra magistrati non limitata alle carriere, scrive il dottor Caselli sulla Stampa di ieri. Perché, aggiunge, “la magistratura finalmente prova a riemergere dalla maleodorante e soffocante politica del laido sistema Palamara”. Sorprendente selezione delle parole a parte, è singolare anche la scelta di circoscrivere ad alcune persone o a un certo periodo della storia della magistratura e del suo sindacato certi percorsi, certe abitudini, certe scelte. Un certo “sistema”, insomma. Quasi come se solo con l’ingresso di Luca Palamara in magistratura le toghe avessero perso una verginità fino a quel momento sacralmente custodita.

La sentenza di Locri ha semplicemente fatto saltare un tappo all’interno della sinistra, con e senza toga. A dieci giorni dalla sentenza palermitana che ha assolto gli imputati del processo “trattativa” , quella che ha provocato il suo diluvio di “aspettiamo le motivazioni” e di “la sentenze non si commentano” (quando non piacciono), e “abbiamo molta fiducia nella magistratura”, improvvisamente non si deve più aspettare e si lancia una sorta di liberi tutti, e chiunque può parlare e dare addosso a qualche pubblico ministero o giudice. Sul piano politico il più imprudente è Enrico Letta. La condanna di Mimmo Lucano a 13 anni di carcere (sentenza che noi abbiamo criticato, proprio come abbiamo fatto per i processi contro Matteo Salvini) per il segretario del Pd è “un messaggio terribile, pesantissimo, un messaggio che credo alla fine farà crescere la sfiducia nei confronti della magistratura”. Speculare il solito scivolone di qualche esponente leghista, secondo il quale Lucano avrebbe dovuto addirittura abbandonare la candidatura al consiglio regionale della Calabria. Ma via, stiamo parlando di una sentenza di primo grado! Ma non eravate diventati referendari?

Vorremmo chiedere a Letta perché non ha detto che era “terribile” per esempio la sentenza di primo grado che aveva condannato Dell’Utri, poi assolto in appello per non aver commesso il fatto. E quando la Cedu gli toglierà dai piedi anche quella condanna per “concorso esterno” (accadrà, sicuri, accadrà), come definirà tutta la persecuzione precedente, come “terribile”? Perché noi dovremmo aver fiducia nella magistratura che ha istruito il processo “trattativa”, che ha ammorbato la vita politica e giudiziaria italiana per qualche decennio? Uno che non si fida proprio di certi suoi colleghi è proprio il dottor Caselli, che addirittura accusa qualcuno di quelli che processano reati di mafia di fare il furbino, quando giustifica certe decisioni con il “tecnicismo”, cioè la pura applicazione delle norme del codice penale. Lo hanno fatto anche il procuratore capo di Locri Luigi D’Alessio, da sempre militante di Magistratura democratica, e il pm che ha sostenuto l’accusa al processo, Michele Permunian, che ha spiegato un concetto banale: la procura ha chiesto circa la metà di anni di condanna rispetto alla sentenza perché ha applicato la continuazione tra i reati. Il tribunale li ha divisi in due gruppi e poi li ha sommati. Resta da capire il perché della mancata applicazione delle attenuanti generiche e la costruzione del solito cappello del reato associativo, l’articolo 416 del codice penale, cui mancava solo il bis per completare l’opera.

Il dottor Caselli non è contento comunque neanche di come sta andando la giurisprudenza dei processi al sud. Non si spinge fino a dire come ha fatto il suo ex collega e attuale avvocato Antonio Ingroia, che ha lamentato il fatto che nel processo “trattativa” siano stati condannati i mafiosi e assolti i “colletti bianchi” (forse preferiva il contrario, gli domanderebbe uno come l’Ingroia pm). Però non lascia passare quel che lo induce in sospetto: “Tipico, in alcuni processi di mafia, il tecnicismo in modalità scaltrezza, consistente nel riconoscere in teoria la pericolosità della mafia per le sue connessioni con il potere legale, per poi perseguire costantemente la sola ala militare dell’alleanza”. Più chiaro di così. Se non si bastonano i “colletti bianchi” le sentenze sono solo “tecnicismo” e applicazione burocratica della legge. Che cosa dunque entusiasma tanto della discussione tra toghe in questi momenti l’ex procuratore di Palermo? La presa di posizione di Magistratura democratica, la sua ex corrente, supponiamo. Ma stiamo parlando di una fettina della corrente Area, che nel direttivo del sindacato non è neanche riuscita a far votare la solidarietà politica a Mimmo Lucano, nonostante un acceso Stefano Musolino, il segretario della corrente di sinistra, si sia sbilanciato fino a invitare i colleghi ad allinearsi al moto di “ribellione” dell’opinione pubblica, per lo meno a quella parte che ritiene la sentenza sia stata punitiva più che nei confronti di singoli imputati, dell’intero “modello Riace”.

Dopo un po’ di contorcimenti viscerali, comunque alla fine l’Anm è riuscita a emettere il suo comunicato di solidarietà nei confronti di giudici e pubblici ministeri di Locri. Sarebbe stato del resto difficile un atteggiamento diverso, viste le prese di posizione di Articolo 101 e di Magistratura indipendente. Per una volta ce ne è anche per Enrico Letta, citato non per nome ma per la sua dichiarazione di “messaggio terribile” che farebbe perdere la fiducia nella magistratura. Che cosa è dunque quello che piace al dottor Caselli? Il fatto che una parte minoritaria, pur se a lui gradita, si suppone, delle toghe abbia gettato l’allarme contro una sentenza? Gli piace soprattutto il fatto che si parli di una sentenza invece che di carriere. Cioè, dice , è come se stessero riemergendo gli orientamenti culturali ( noi li chiamiamo “politici”) dei magistrati, “com’era prima della degenerazione causata dal sistema Palamara”.

Ora, è un po’ strano sentire queste parole da un ex magistrato che ha raggiunto i vertici della carriera, rivestendo i ruoli più politici e generalmente frutto di decisioni dei partiti, anche se formalmente del Csm. Nessuno sospetta che il dottor Caselli abbia brigato o telefonato a un Palamara dei suoi tempi per dare la scalata, per carità. Anzi, ricordiamo anche una sua sconfitta politica, quando gli fu preferito (e fu probabilmente un errore) Pietro Grasso al vertice della procura “antimafia”. Vecchi fatti, e vecchie discussioni. Ma non criteri di selezione meritocratica. Scelte politiche. Come quella, pure citata nell’articolo della Stampa, sul ruolo del magistrato in rapporto alla società. Deve essere tecnico e freddo, come piace al mondo laico (anche se Caselli lo definisce invece come burocratico) o deve lasciarsi permeare dalla politica? L’ex procuratore dice che il magistrato dovrebbe “farsi carico di contestualizzare le vicende da giudicare nella realtà concreta che l’ha espressa”. Il che non somiglia tanto al giudicare in modo diverso i nemici dagli amici? Allora gli uomini e le donne in toga dovrebbero essere tanti Letta e Salvini?

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.