Lo shitstorming
Chat, veleni e agenti esterni: le purghe digitali contro Pina Picierno
Nel Partito Democratico sembra essere in corso una guerra sotterranea senza esclusione di colpi. Uno shitstorming tutto orientato a isolare Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, che non pochi, dalle parti del Nazareno, sembrano considerare ormai un corpo estraneo. Lei è riformista, atlantista, vicina a Israele e convinta della necessità di difendere – anche con le armi – l’Ucraina. Una sensibilità che l’ha portata spesso a distinguersi dalla linea prevalente nel partito sui principali dossier di politica estera. Le dichiarazioni ufficiali restano misurate. Ma sui social, ogni giorno, Picierno finisce sotto attacco. Thread, polemiche, insinuazioni. Poi l’irrisione. E le minacce più o meno velate.
Con tre effetti evidenti. Il primo è l’oscuramento mediatico: ridurne la presenza pubblica, limitarne la visibilità, renderla meno riconoscibile agli occhi dell’elettorato democratico. Il secondo è l’oscuramento nella vita interna del partito: scoraggiare la partecipazione di amministratori e dirigenti ai suoi eventi, depotenziare l’area politica a lei riconducibile, limitarne l’influenza nelle dinamiche territoriali e nazionali. È successo con episodi a Latina, Caserta e Firenze. Il terzo è il più insidioso: la costruzione del nemico interno. Non più una dirigente con posizioni differenti, ma una figura da isolare, contestare, delegittimare. Una presenza scomoda da trasformare in problema politico.
Non crediamo plausibile l’esistenza di una regìa consapevole riconducibile a Elly Schlein: la segretaria sa bene che il valore aggiunto del Pd risiede nel pluralismo delle sue culture politiche, ricchezza che ne ha sempre caratterizzato la storia. E poi Schlein, prima donna alla guida dei dem, ha più volte rivendicato la sorellanza, il sostegno reciproco tra donne come tratto qualificante della propria leadership. Per non dire poi che Pina Picierno non è una semplice esponente di corrente. Alle elezioni europee del 2024 ha raccolto oltre 123mila preferenze personali, uno dei risultati più rilevanti dell’intera delegazione democratica. E che dal 5 giugno 2025 l’eurodeputata vive sotto protezione della Polizia di Stato, dopo la decisione del Viminale di assegnarle una scorta in seguito a settimane di minacce e intimidazioni anche da agenti stranieri. Nessun leader politico che disponga di un simile asset nelle proprie prime file avrebbe interesse a perderlo o a spingerlo verso l’uscita. Per nessuna ragione.
E tuttavia restano i fatti. Centinaia di post, meme e commenti sprezzanti scandiscono ormai la quotidianità della vicepresidente del Parlamento europeo. Tanto che, dentro e fuori il Pd, c’è chi arriva a ipotizzare una regìa politica. Voci, sospetti, interpretazioni. Ma il solo fatto che simili ipotesi circolino racconta il livello di deterioramento raggiunto dal confronto interno. Il Riformista ha potuto visionare materiali e testimonianze provenienti da ambienti democratici che descrivono un clima pesante. Vi sarebbero poi chat nate per discutere di lavoro, ambiente, legalità o giovani che si sarebbero progressivamente trasformate in luoghi di mobilitazione contro la dirigente campana. Non soltanto gruppi di militanti, ma anche spazi frequentati da amministratori, dirigenti ed eletti. Il dissenso politico, legittimo in ogni partito, avrebbe lasciato il posto a campagne coordinate di delegittimazione personale.
Durante la campagna referendaria dello scorso anno avrebbe preso forma uno slogan destinato a diventare ricorrente: «Fuori Picierno dal Pd». Un refrain rilanciato in numerosi circuiti digitali. Esisterebbe perfino una chat apicale nella quale verrebbero commentate sistematicamente le prese di posizione della vicepresidente dell’Eurocamera. In una delle conversazioni qualcuno avrebbe scritto: «Se è la base che lo chiede, mandarla via sarà più facile». Una frase che, da sola, restituisce il clima che si respira in alcuni ambienti del partito.
L’apice è stato raggiunto con l’incontro tra Picierno e IDSF, organizzazione composta da ex appartenenti alle forze di sicurezza israeliane. Un incontro coerente con il ruolo che la vicepresidente dell’Eurocamera ricopre nelle iniziative contro l’antisemitismo. Da quell’incontro è partita una durissima campagna per chiederne le dimissioni. Ad alimentarla, soggetti dell’area pacifista, attivisti pro-Pal, ultras grillini e aree della sinistra radicale. Uno shitstorming in piena regola che ha trovato amplificazione anche negli ecosistemi della propaganda russa. Non è un caso che a marzo dello scorso anno Vladimir Solovyev, uno dei principali propagandisti di Putin, arrivò a dedicarle insulti e attacchi personali. Pochi mesi dopo il Viminale ritenne necessario predisporre per lei un dispositivo di protezione.
Se la vicepresidente del Parlamento europeo viene messa nell’angolo dal suo partito, saremmo davanti a un caso che travalica i confini nazionali. Permettendo al Cremlino di stappare Champagne. E soprattutto, imponendoci una domanda: quale partito vuole candidarsi a governare il Paese, se queste campagne possono ramificarsi al suo interno senza incontrare più gli anticorpi della responsabilità istituzionale?
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