Un fulmine a ciel sereno è stata la lettera indirizzata alla Ministra Bonetti, firmata da diciassette donne del Partito democratico, tra cui tre esponenti del Governo e che in modo decisamente sbrigativo la esortano a “darsi una mossa” rispetto alla lotta contro la violenza verso le donne. Una missiva che ha colto una grande fetta di democratiche ignare. Dopo lo stupore e lo sgomento resta una grande, profonda amarezza rispetto ad un gesto inadeguato ed incomprensibile nel metodo e nel contenuto. Siamo certo nell’epoca della destrutturazione di ogni sistema; e l’apparire, anche sgangherato, è anelato molto più che l’essere. Tuttavia è singolare che membri dello stesso governo si rivolgano a colleghe attraverso i canali mediatici piuttosto che attraverso gli innumerevoli strumenti di cui dispongono, per un po’ di visibilità e di riflettori.

È una lettera irricevibile anche nel contenuto perché contrapporre le misure a sostegno della famiglia a quelle contro la violenza è incredibilmente fuori luogo. È una lettera anche ingenerosa perché getta alle ortiche anni di lavoro in cui si è affinata la legislazione a tutela delle donne, dalla ratifica della Convenzione di Istanbul in poi, che nella lettera viene richiamata senza però interpretarne il vero senso; getta alle ortiche anche tutto il lavoro messo in campo dalla Bonetti e dall’attuale Governo che ha invece, come giustamente replica la Ministra, sbloccato i fondi per i centri antiviolenza, per gli orfani vittime di femminicidio e altre misure che dimostrano grande attenzione e predispongono azioni concrete appunto, contro la violenza verso le donne.

Amarezza e rabbia appunto perché tutto questo inutile carillon suona beffardo tra le dolorose notizie che ogni giorno raccontano di donne che vengono uccise da uomini, di quelle che subiscono silenziosamente maltrattamenti, stupri, e altre orribili violenze dalle quali le stesse non trovano il modo di uscirne, delle donne che ogni giorno lottano per affermare la propria professionalità, delle madri che faticano a lavorare, delle donne che hanno rinunciato alla maternità, di tutte quelle donne che sono private dei diritti fondamentali in una società ancora profondamente iniqua soprattutto per le donne. Amarezza perché la politica in questo modo è lontana dalla sua missione e funzione trasformativa, come dice sempre la mia amica Fabrizia Giuliani , e diventa propaganda, polemica fra donne che non solo non porta a nulla, ma che è estremamente nociva.

Sarebbe forse stato più utile chiedere un confronto per capire come insieme, ciascuna nel proprio ruolo, si possa affinare il sistema per proteggere le donne che denunciano, per verificare se gli ospedali e i pronto soccorso delle città e dei paesi sono a norma, se tutte le strutture sono adeguatamente formate per ricevere e proteggere una donna che denuncia.  Soprattutto tra le donne che rivestono un ruolo istituzionale o politico, dovrebbe essere diffusa e praticata un’autentica azione collettiva che permetta di raggiungere obiettivi condivisi – non di partito o di fazione – che siano solo a vantaggio delle altre donne. Perché in una società violenta ci rimettiamo tutti.