Che il principe saudita Mohammed bin Salman sia coinvolto nella sparizione e nell’uccisione del giornalista, e dissidente saudita, Jamal Khashoggi, lo ha riportato per iscritto un rapporto dell’intelligence degli Stati Uniti. Proprio dove il giornalista, collaboratore tra gli altri del Washington Post, si era auto-esiliato dopo la nomina di Mbs a erede al trono. Un caso internazionale, che ha portato l’opinione pubblica, in tutto il mondo, a interrogarsi sui legami con la monarchia del Medio Oriente, sulla libertà di stampa, sullo stato dei diritti umani e civili in uno dei principali alleati dell’Occidente.

L’ex Presidente americano Donald Trump avrebbe ostacolato la pubblicazione del documento per non danneggiare un partner considerato strategico. La situazione è cambiata con l’elezione di Joe Biden, che si è insediato lo scorso gennaio. Il dossier degli 007 è stato reso noto a febbraio 2021. Mbs si è comunque sempre dichiarato innocente. La storia di Khashoggi ha fatto intanto il giro del mondo. Il regista premio Oscar per Icarus, Bryan Fogel, ha dedicato un film al giornalista scomparso. The Dissident, uscito nel 2020. In un articolo per Agi molto approfondito Brahim Maarad, corrispondente da Bruxelles, aveva messo l’accento sulle contraddizioni del personaggio e dell’uomo. “Un martire della libertà o una vittima delle sue stesse contraddizioni? Su di lui si è detto e scritto di tutto, sia da parte di chi vuole farne un’icona della lotta del mondo arabo per l’emancipazione dalle dittature, sia da chi mette in guardia nei confronti dei suoi numerosi voltafaccia”.

Chi era Jamal Khashoggi

Khashoggi era nato a Medina, seconda città dell’Arabia Saudita, nel 1958, da una famiglia saudita di origini turche. Una famiglia di spessore: suo nonno Mohammed era stato il medico personale del fondatore dell’Arabia Saudita (1932), il Re Abdul Aziz al-Saud. Adnan Khashoggi, suo zio, era invece diventato famigeratamente noto come trafficante d’armi. Da piccolo, Jamal, aveva studiato l’ideologia islamica e le idee liberali. Si laureò all’Indiana State University nel 1982. Cominciò a scrivere per i quotidiani sauditi Saudi Gazzette e Al-Sharq al-Awsat

Seguì sul campo il conflitto in Afghanistan, esploso nel 1979 con l’invasione dell’Armata Rossa sovietica. Prima controversia: in una fotografia si vede il cronista con fucile d’assalto e abiti afghani. Non combatteva ma simpatizzava per i mujaheddin. Si era infatti avvicinato alle idee dei Fratelli Musulmani, nati in Egitto e volti alla cancellazione dei resti del colonialismo occidentale nel mondo arabo. Conobbe e incontrò e intervistò in diverse occasioni quindi Osama Bin Laden, saudita come lui, fondatore dell’organizzazione islamista e terrorista Al Qaeda, diventato tristemente noto perché considerato responsabile degli attacchi dell’11 settembre 2001 agli Stati Uniti. Khashoggi prese tuttavia le distanze da Bin Laden negli anni ’90, disapprovando l’esaltazione dell’uso della violenza contro l’Occidente.

Quando arrivò all’Al Watan, quotidiano saudita, da redattore capo, il giornalista fu costretto alle dimissioni dopo appena 54 giorni perché le sue idee erano considerate troppo progressiste per le autorità saudite. Con quest’ultime il giornalista intrattenne sempre legami ambigui. Quando il principe Turki al-Faisal, a capo dell’intelligence saudita per più di 20 anni, nel 2005 venne nominato ambasciatore a Washington, Khashoggi lo seguì. All’Al Watan tornò dopo due anni, e ci rimase per quasi tre anni, prima di essere licenziato. Khashoggi ha quindi lanciato Al-Arab, una rete all news, con il miliardario saudita Al-Waleed bin Talal. Il Bahrein, fedele alleato saudita, chiuse l’emittente nel 2015 dopo un’intervista a un funzionario dell’opposizione. Due anni dopo, 2017, dopo la nomina del principe Mohammed bin Salman a erede al trono, il giornalista fuggì dall’Arabia Saudita. Auto-esilio. Nel giro di un paio di mesi il principe Al-Waleed e centinaia di funzionari e uomini d’affari furono arrestati, coinvolti in un giro di vite feroce propagandato come un’operazione anti-corruzione.

Sul Washington Post Khashoggi scrisse dunque che con il principe l’Arabia Saudita era entrata in una nuova era di “paura, intimidazioni, arresti e vergogna pubblica”. Critiche anche per il conflitto in Yemen, nel quale Riad fronteggia i ribelli Houti alleati dell’Iran – ancora irrisolto, ha causato migliaia di vittime e destabilizzato il Paese causando -, per essere stato bandito da Twitter dal suo Paese e per il boicottaggio promosso ai danni del Qatar. “Il mondo arabo sta affrontando la sua versione di una cortina di ferro, imposta non da attori esterni ma attraverso forze interne in lizza per il potere. Dobbiamo fornire una piattaforma per le voci arabe”, osservò nell’ultimo editoriale sul Washington Post.

L’omicidio

Il 2 ottobre 2018 il giornalista entrò nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul, in Turchia, e non uscì più. Si era recato presso la sede diplomatica per ottenere i documenti per il matrimonio: avrebbe dovuto sposare la sua compagna Hatice Cengiz. Da quel giorno fu dichiarato persona scomparsa. “Ucciso in una colluttazione”, la versione di Riad. “Fatto a pezzi mentre era ancora vivo”, avevano precisato gli inquirenti turchi. Il corpo di Khashoggi è stato smembrato. Nel processo l’autista del consolato, Edip Yilmaz, ha raccontato come quel 2 ottobre della sparizione lui e altri impiegati turchi furono chiusi in una stanza del consolato e lasciati ad aspettare per tutta la giornata. Per il caso un processo farsa si è svolto in Arabia Saudita, a porte chiuse, e otto anonimi sono stati condannati con pene tra i sette e i venti anni. Il rapporto dell’intelligence Usa che fa riferimento al ruolo di Mohammed Bin Salman non è stato incluso nel fascicolo del processo. Le Nazioni Unite hanno chiesto a Riad “di rivelare se i suoi resti (di Khashoggi, ndr) sono stati distrutti sul posto o come e dove sono stati smaltiti”.

“La storia di questo giornalista del Washington Post di 60 anni che era stato assassinato per aver detto cose vere ai potenti mi ha conquistato come mi ha conquistato la storia di Hatice Cengiz, la sua fidanzata. Pochi giorni dopo l’assassinio di Jamal, il New York Times pubblicò un articolo su Omar Abdulaziz, il giovane dissidente saudita che vive in autoesilio a Montreal, in cui sosteneva di sapere perché Jamal era stato ucciso e si sentiva in parte responsabile del suo assassinio perché avevano lavorato insieme. Questa storia ha stimolato in me il desiderio di fare film che abbiano una componente di attivismo”, ha detto il regista di The Dissident Bryan Fogel. Il film offre numerosi filmati inediti e testimonianze esclusive. The Dissident è stato finanziato dalla Human Rights Foundation.

Proprio il caso Khashoggi è stato rinfacciato a Matteo Renzi – leader di Italia Viva, senatore, segretario del Partito Democratico ed ex Presidente del Consiglio – dopo la sua visita in Arabia Saudita, lo scorso gennaio, per una conferenza organizzata da un think tank proprio con il principe Mbs. “È un grande piacere e un grande onore essere qui con il grande principe Mohammad bin Salman – aveva detto Renzi – l’Arabia Saudita possa essere il luogo per un nuovo Rinascimento”. Renzi si è difeso dicendo che non ci sarebbero prove che bin Salman sia stato il mandante dell’omicidio altrimenti l’amministrazione Biden avrebbe imposto sanzioni sull’Arabia Saudita.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.