Senza accorgercene stiamo costruendo un nuovo Stato. Quello che abbiamo davanti è già un’anticipazione dello Stato che verrà. Un’anticipazione non rassicurante, a dirla tutta, perché troppe cose si stanno ingarbugliando invece di sciogliersi. Parto dall’ultima contraddizione. Tutti dicono che bisogna scegliere tra centralismo e regionalismo e molti fanno il tifo per il primo. Ma qual è, nel frattempo, l’ultima soluzione suggerita? Una cabina di regia per mettere d’accordo Governo e Regioni. L’ennesima. Come se non esistessero già una Conferenza Stato-Regioni e un Ministero per gli affari regionali. Per non parlare dell’idea, indicativa dei tempi che corrono, di dare un nome a ciò che presumibilmente non sarà altro che un giro di video-telefonate tra Boccia, Fontana, Zaia e Bonaccini.

Tutti, ancora, dicono che bisogna semplificare leggi e procedure. Ma come è noto si scrivono decreti da guinness dei primati, con oltre centomila parole, che nessuno capisce e che richiedono tempo e risorse per produrre effetti. Potrei continuare con la retorica sui “corpi intermedi’ – Parlamento compreso – da eliminare o ridimensionare per guadagnare efficienza, sostituita dall’invenzione neobarocca dei “corpi paralleli”, cioè dei comitati, delle commissioni e dei commissari: prossimo venturo quello che si occuperà del mare, annunciato dal ministro Costa. A proposito: un ministro che annuncia un commissario non è un ossimoro istituzionale? Ancora, potrei citare gli appelli a fare in fretta, a non lasciare indietro i più deboli e ad aiutare le imprese, sopraffatti dai contro-appelli dei procuratori di mezza Italia che sollecitano invece controlli sempre più stringenti per non favorire le mafie e offrono per questo i loro uffici e i loro archivi sovraccarichi di dati non ancora passati al vaglio di un giudice.

Ma la contraddizione più clamorosa, quella che le contiene tutte, è un’altra. Molti dicono che bisogna sburocratizzare lo Stato. Ma il fatto è che molti dicono anche che c’è bisogno di più Stato, specialmente in economia. E le due cose proprio non si tengono, perché sarebbe come dirsi a dieta e portare chef Rubio come modello. Se lo Stato cresce, crescono anche gli uffici, i controlli, le pratiche, i permessi, i visti, le certificazioni.

Cioè la burocrazia. E se lo Stato – che già si espande di suo perché col tempo crescono i soggetti e i diritti da tutelare – si gonfia anche per via delle strutture parallele che la politica “smarrita” continua a inventarsi, tutto finisce per ingolfarsi. Sta già accadendo. E infatti ogni cosa si sta riducendo a una mera questione di soldi, perché più la macchina dello Stato si inceppa, più cresce l’illusione di poterla sbloccare promettendo prestiti e finanziamenti. Ma risolvere il problema delle risorse non basta, se nel frattempo non si mette in piedi un nuovo modello di gestione; se non si riconsidera il rapporto tra pubblico e privato; e se ci si ostina a rilanciare il Paese sulla base del sospetto e non della fiducia. Servono soldi, ma servono anche altre cose come le idee, i progetti e la libertà di impresa.

Cose che Sabino Cassese continua a ripetere da anni: “Se il pluralismo diventa disaggregazione, conflitto permanente, esercizio muscolare delle proprie competenze, porta alla disgregazione, allo sfarinamento”. Lo Stato svolge funzioni pubbliche imprescindibili: dalla difesa al welfare. Ma chi oggi dice “più Stato”, per favore non dica anche che vuole più semplificazione, meno vincoli, e più sburocratizzazione.