Ormai gli italiani si sono abituati alla pandemia. Cercano soluzioni e rimedi alla difficoltà di rimanere a casa ma soprattutto confidano nella scienza e in tutti gli studi che sono partiti per risolvere il problema e trovare un farmaco efficace. Il più quotato e che sta dando maggiori risultati è il Tocilizumab, sperimentato per la Prima volta da Paolo Ascierto dell’Istituto Pascale di Napoli. Una sperimentazione partita subito e che ha portato già alle prime guarigioni. Ma, una volta contratto e poi guarito, ci si può riammalare di Coronavirus?

A rispondere è Franco Maria Buonaguro, Direttore della Struttura Complessa di Biologia Molecolare e Virologia Oncologica dell’Istituto Pascale, che insieme ad Ascierto ha avuto l’intuizione di sperimentare il farmaco ‘miracoloso’. “Si, ci si può riammalare ma di un altro ceppo”. Il virologo spiega che il sistema immunitario di solito riesce a sviluppare una memoria duratura nei confronti di virus a DNA. “Questi sono più stabili perché il DNA è composto da una doppia catena di acidi nucleici la cui sequenza tende a conservarsi”.

Per questo motivo gli antigeni virali che risultano dalla trascrizione proteica tendono a essere molto simili tra loro se non uguali e ciò facilita la produzione di anticorpi che garantiscono una memoria a lungo termine che impedisce la reinfezione. “Il Coronavirus invece è un virus con genoma ad RNA, come quello dell’epatite C, molto meno stabile e tendente alla mutazione continua”. Questo significa che il sistema immunitario ha più difficoltà a elaborare anticorpi che possano proteggere da un nuovo attacco. Ecco perché è anche più complesso trovare un vaccino come già avviene per la classica influenza: gli antigeni variano e di conseguenza gli anticorpi non riescono a neutralizzare i nuovi virus ed a proteggerci da una nuova infezione.