“Passano i giorni e ancora il carcere non porta Ciro in ospedale per togliergli le lamette da dentro al corpo. Ora si sono sparse in vari organi e la situazione va sempre peggio. Rischia la vita”. È questo l’appello di Flavia Aversano, la moglie di Ciro Esposito, 43 anni, napoletano, detenuto nel carcere di Spoleto. Il 6 agosto Flavia aveva raccontato al Riformista che il marito, persona fragile con problemi mentali, che assume psicofarmaci, 15 giorni prima aveva già ingerito tre lamette nel sonno. Ciro, temendo che qualcuno nel carcere potesse fargli del male, aveva iniziato a camminare con le lamette in bocca.

“Ora ne ha ingerite 7 durante una crisi – continua il racconto disperato di Flavia – Si è tagliato tutto il braccio e sta male. Non so più cosa devo fare. Dal carcere non sembrano avere intenzione di portarlo in ospedale. Io sono preoccupatissima perché conosco mio marito e so che può fare qualche sciocchezza”.

“L’ho sentito al telefono in videochiamata – continua Flavia – e la situazione mi sembra peggiorare ancora. È dimagrito tantissimo e continua a perdere peso. Sta male, mentalmente e fisicamente. Di questo passo rischia un’infezione severa e credo che avendo ingerito le lamette 20 giorni fa a questo punto sarà necessario un intervento chirurgico”. Giorni fa Flavia aveva raccontato che dal carcere aspettavano che Ciro espellesse le lamette naturalmente, mangiando patate.

“Mi ha detto che gli hanno aumentato le dosi degli psicofarmaci – racconta ancora Flavia – Forse per tenerlo più calmo. Io faccio un appello al carcere con il cuore in mano: vi prego portatelo in ospedale, non deve morire, salvatelo”. E cresce la paura che Ciro possa farsi del male anche da solo come ha annunciato in una lettera inviata qualche settimana fa in cui minacciava di suicidarsi se non lo avessero avvicinato a casa.

“Poi mi chiedo – dice Flavia – Come mai il carcere gli dà queste lamette sapendo che Ciro sta in un periodo molto critico psicologicamente? Come lo assistono nel fargli prendere gli psicofarmaci, e non vanno via finchè lui non li ha ingeriti, perché quando gli portano le lamette per farsi la barba non aspettano che se la faccia per controllare che non le ingerisca? Che poi mio marito la barba ce l’ha, non se la rade. Se la può accorciare ma serve un rasoio. Come fa a procurarsi queste lamette?”

La vicenda di Ciro e la denuncia al carcere della mattanza

L’epopea di Ciro è iniziata quel maledetto 6 aprile 2020 nel Carcere di Santa Maria Capua Vetere dove era detenuto. Subì quella “orribile mattanza”, la “perquisizione straordinaria”, che diventò violenza sui detenuti da parte di poliziotti in assetto anti sommossa. Quelle immagini del sistema di videosorveglianza fecero il giro del mondo. Ciro denunciò ai carabinieri quelle violenze e con lui sua moglie Flavia.

Nei giorni in cui scoppiò il caso e furono emesse 52 misure cautelari tra agenti di Polizia Penitenziaria e funzionari accusati a vario titolo di tortura, lesioni aggravate, maltrattamenti aggravati, falso, calunnia, favoreggiamento, frode processuale e depistaggio, Flavia disse in varie interviste di aver subito pressioni da parte degli agenti affinchè ritirassero le denunce. Ma Flavia e suo marito Ciro non ne hanno voluto sapere “perché quello che è successo è troppo brutto e chi ha sbagliato deve pagare”, aveva detto Flavia ai microfoni di varie testate.

Ciro prima fu trasferito al carcere di Secondigliano e poi ancora più lontano, a Spoleto. Ha più volte chiesto il riavvicinamento. Lo ha fatto anche in una lettera pubblicata dal Riformista, in cui raccontava la sua situazione, minacciando anche il suicidio. “Io ho già avuto un brutto periodo nel passato e sto ancora qua grazie a una dottoressa del carcere di Benevento che mi ha salvato la vita quando stavo morendo nel carcere di Benevento per il mio gesto estremo. Ora prendo ancora farmaci ma solo per dormire, perché come inserimento non c’è nulla. Ora ho ricevuto ancora un altro regalo del Dap: essere trasferito a Spoleto. Dopo ciò che è accaduto le conseguenze chi le sta pagando? Io e la mia famiglia che mi è impossibile rivedere. Questa cosa mi sta uccidendo”, scriveva Ciro nella lettera.

“Ciro ha ingerito 3 lamette, la situazione è drammatica”

Qualche giorno fa l’avvocato della famiglia Esposito, Rolando Iorio, ha fatto visita a Ciro in carcere a Spoleto. E ha raccontato al Riformista la drammatica situazione in cui lo ha visto. “L’ho trovato molto dimagrito, invecchiato, si muoveva lentamente – aveva raccontato l’avvocato  – Parlava piano e aveva difficoltà anche a rispondere alle mie domande. Ma la situazione che più mi preoccupa sono quelle lamette nel suo corpo. Ancora non è stato previsto nessun intervento per togliergliele”.

L’avvocato spiega che Ciro già prendeva psicofarmaci perché ha problemi mentali. È un soggetto fragile e la situazione sta via via peggiorando. “Non so se stia prendendo gli stessi farmaci ma sicuramente non l’ho trovato bene – continua l’avvocato – Gli hanno fatto una tac e hanno visto che queste lamette sono ora in posizioni diverse. È assurdo che non ci sia in programma un modo per rimuoverle”.

Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.