Una cosa è certa: il fattore C, che sta per “contesto”, ha girato le spalle al premier. Fino a poche settimane fa qualunque situazione ambigua e potenzialmente pericolosa gli si parasse davanti, Giuseppe Conte riusciva a trasformarla in valore aggiunto della sua leadership. Non è più così. Ieri pomeriggio è saltato – dimesso o non più disponibile è questione lessicale – il terzo commissario alla Sanità in Calabria, regione rossa nella mappa del Covid; il candidato emozionale, Gino Strada, non ha ancora deciso, “dipende dall’incarico” dice. Vorrebbe carta bianca. Ma come si fa? Sempre ieri è scoppiato un caso intorno alla nuova agenzia di intelligence per la cybersicurezza infilata con un blitz nel testo della manovra (art. 104). La maggioranza si è spaccata, Pd e Iv alleate contro Conte e i 5 Stelle, e stamani il premier è convocato d’urgenza davanti al Copasir (Comitato parlamentare di controllo sull’intelligence) per dare spiegazioni.

Al posto di Conte andrà il generale Vecchione, direttore del Dis, ma il concetto non cambia: palazzo Chigi è chiamato per la seconda volta in quattro mesi a rendere conto al Parlamento di scelte unilaterali fatte nel terreno delicatissimo della nostra sicurezza nazionale. Un terreno dove tutte le decisioni, soprattutto le più delicate sono sempre state prese negli anni all’unanimità o a larga maggioranza. Perché la sicurezza è tema che deve unire e non dividere le forze politiche di una democrazia sana.  Qui invece, spiega una fonte tecnica della nostra sicurezza, “si sta dando vita ad un centro di spesa fuori controllo e con scopi opachi”. Il problema è di metodo (“in questo settore pesa quanto il merito”) e di merito. L’Istituto italiano per la cybersicurezza è una Fondazione presieduta dal Presidente del consiglio che, da quello che si capisce dall’articolo 104 della legge di bilancio, nominerà un commissario nell’ambito del Dis (ora affidato a Vecchione), l’agenzia che coordina Aise e Aisi.

Questo non si può fare perché, recita la legge 124, “ogni tipo di attività di intelligence deve essere svolta dalle tre agenzie delegate Aisi, Aise e Dis”. È evidente che qui si sta creando “una struttura di intelligence con finanziamenti privati”. Se IIS fosse una fondazione che fa ricerca dovrebbe essere affidata al ministro dell’Università e non certo al Dis. Di più: “Qui siamo all’azzardo di aver dato vita alla Fondazione del Dis che riceverà soldi da privati. Ripeto: soldi di privati ad una struttura di intelligence”. Chissà se deputati e senatori hanno compreso cosa sta succedendo. A leggere in controluce l’articolo 104 si trova anche di peggio. “Il Presidente del Consiglio ha deciso di far nascere un’autorità delegata alla sicurezza cibernetica. La Fondazione IIS è l’embrione di una terza agenzia che si presenta facilmente come quella del futuro delegando nella sostanza le due agenzie attali in una sorta di bad company”. Insomma, la legge di Bilancio sta diventando il mezzo e l’alibi per creare “un meccanismo destinato a cambiare della nostra sicurezza”.

Pd e Iv hanno detto in chiaro che quell’articolo deve essere stralciato. Risulta ancora nel corpo della legge di bilancio che però non è stata trasmessa al Parlamento. Uno stralcio di cui chiederà conto stamani il presidente del Copasir Raffaele Volpi (Lega). Che cercherà anche di ricostruire la filiera di manine che ha infilato l’articolo 104 nella manovra. Una cosa è certa: di tratta di un lavoro da professionisti della sicurezza e non è un pasticcio da dilettanti. Il caso Calabria è diversamente imbarazzante per il governo. Uno dopo l’altro sono caduti in dieci giorni Cotticelli e poi Zuccatelli, il manager della sanità assai stimato da Bersani (che lo candidò, senza successo, due anni fa) e quindi da Speranza. Tutta la vicenda Zuccatelli rischia di diventare uno spartiacque nei rapporti tra premier e ministro che non sono idilliaci considerata la resistenza di Conte al pessimismo diffuso e quotidiano che arriva dalla comunità scientifica e dagli stessi collaboratori di Speranza. La rinuncia di Zuccatelli (Speranza è stato costretto a farlo dimettere suo malgrado) fa scopa con quella di Gaudio. Il professore è stata una scelta del premier. Roba sua: accademico, calabrese, medico, ha lasciato la Sapienza pochi giorni fa.

Ma anche Conte, dopo Speranza, è scivolato. Un secondo dopo la nomina del Cdm, lunedì sera, è venuto fuori che il professor è coinvolto in un’inchiesta a Catania per alcuni concorsi. Sarà archiviato, dicono gli avvocati. Intanto non ha fatto piacere al magnifico rettore finire su tutti i giornali per quell’inchiesta. Per di più con Gino Strada, indicato come suo collaboratore-consulente, che ha smentito il “tandem con Gaudio”. Così ieri all’ora di pranzo il Professore ha fatto sapere, intervistato da Repubblica, di “non accettare l’incarico per motivi familiari”. Quali? “Mia moglie non gradisce trasferirsi a Catanzaro e io ci tengo alla famiglia”. A quel punto è cominciato lo scarica barile. Palazzo Chigi ha sussurrato che “Gaudio ha parlato con Speranza”. Il ministro della Sanità ha smentito via agenzie: “Nessun colloquio con Gaudio”. Come dire: non era una mia scelta, di questo pasticcio ne risponde il premier. Sardine e 5 Stelle hanno brindato e indicato subito l’unica soluzione possibile: Gino Strada commissario. Ma la gestione della Sanità in Calabria non è un gioco.