Devastata da anni di austerità dovuta alla crisi finanziaria, penalizzata da debolezze e distorsioni del mercato del lavoro, caratterizzata da salari bloccati da 20 anni rispetto al costo della vita oltre che da gravi ritardi pure nel rinnovo dei contratti collettivi, incapace di reagire al processo di deindustrializzazione: così si presenta oggi l’economia italiana. Ed è ovvio che una simile economia non possa che produrre povertà e disoccupazione. Il milione in più di famiglie indigenti registrate dall’Istat è un dato tanto allarmante quanto prevedibile, se si pensa alla pandemia. È inaccettabile, però, che questo fenomeno – pandemia a parte – sia diventato strutturale. Basta rileggere i dati Istat del 2007, quando i poveri erano circa sette milioni e mezzo.

Nel 2019, lontani dal virus, i poveri erano 8,8 milioni e 4,6 quelli in povertà assoluta. Con la pandemia e la conseguente crisi era più che prevedibile un incremento della povertà: oggi 5,6 milioni di persone non riescono a soddisfare i bisogni primari. Al Sud come al Nord, a essere colpiti sono stati ancora una volta i lavoratori tra i 35 ed i 44 anni, oltre che i minori: una fotografia quasi scontata alla luce delle riforme incompiute e degli interventi assistenziali “tampone” che hanno drogato l’economia facendo lievitare la spesa per le politiche passive a scapito di quelle attive. Facciamo un passo indietro.

Nel ‘97 nasce il reddito minimo di inserimento e l’assegno ai nuclei familiari con almeno tre figli minori. Nel 2003 è la volta del Reddito di ultima istanza cofinaziato da Stato e Regioni. Nel 2007 interviene il Bonus incapienti, somma una tantum di 150 euro per i contribuenti con Irpef pari a zero. Nel 2008 tocca al bonus famiglia di mille euro e, nel 2011, alla social card, cioè un contributo di circa 500 euro per consentire alle famiglie in difficoltà di acquistare generi di prima necessità e pagare le utenze. Nel frattempo sono arrivati anche il Sostegno per inclusione attiva e l’Assegno di disoccupazione. Alla fine del 2014 arriva il bonus Renzi da 80 euro, diventato poi di 100 euro e ancora oggi attivo.

Nel 2018 arriva il Reddito di inclusione sociale, nel 2019 il Reddito di cittadinanza e, con la pandemia, il Reddito di emergenza. A questo sistema si sono accompagnate misure strutturali come ammortizzatori sociali, misure e programmi speciali che di volta in volta intervenivano per fronteggiare, almeno a parole, l’estrema fragilità di persone sovraesposte al rischio di povertà o emarginazione sociale: fondi regionali, nazionali ed europei. Ciascuno di questi interventi di sostegno al reddito doveva essere affiancato da politiche per la occupabilità, pena la perdita del beneficio stesso. Da un lato, quindi, le risorse cash per fronteggiare la difficoltà momentanea, dall’altro gli strumenti utili a restare “appetibili” per il mercato del lavoro e ricollocarsi. Per 23 anni, invece, hanno prevalso le politiche passive, misure di sostegno alle persone in difficoltà economica: utili senza alcun dubbio, ma incapaci di incidere sui fattori di emarginazione e povertà. Non solo. Quelle politiche, infatti, hanno sedimentato distorsioni del sistema produttivo agevolando un processo di economia sommersa, “quella dei lavoretti” e del lavoro irregolare, che oggi pesa come un macigno e rappresenta il 4,5% del pil italiano.

In Italia, già prima della pandemia, i disoccupati erano circa tre milioni (il 58% dei quali di lunga durata) e la spesa complessiva per le politiche del lavoro era tra i 23-29 miliardi di euro. In Francia, con una quota di disoccupati di lunga durata del 43%, la spesa in politiche del lavoro si attestava intorno ai 46 miliardi. La Germania impiegava intorno ai 65 miliardi, ma con 1,9 milioni di disoccupati. L’Italia pre-Covid spendeva 750 milioni l’anno per coprire il costo di circa 8mila dipendenti dei centri per l’impiego pubblici; la Francia, con 50mila addetti, investiva circa 5,5 miliardi e la Germania, con 110mila addetti, più di 11. La prima cosa da fare è ribaltare questa condizione.
È vero che la crisi che stiamo attraversando è di straordinaria intensità, ma la principale difficoltà di trovare risposte adeguate trova le sue ragioni in errori del passato che vanno oltre la crisi finanziaria e la pandemia. È giusto che quanti hanno un ruolo nei processi dell’economia e del lavoro smettano di annunciare promesse e fare appelli alla coesione che dipende da un rinnovato clima di fiducia che ancora stenta a emergere. E la fiducia si conquista con i fatti. E allora, se in Italia il 13% dei laureati è senza lavoro, il 40% dei giovani è inattivo, appena il 48% delle donne lavora e un milione di nuovi poveri avanza, la risposta non può che essere serietà e responsabilità di chi amministra a tutti i livelli.

I 209 miliardi di euro del Recovery Fund devono avere come principale obiettivo proprio quelle riforme da troppo tempo rinviate: sanità, fisco, previdenza, lavoro, istruzione, revisione della spesa pubblica. Le risorse del programma Next Generation dovranno generare lavoro e gran parte di quelle competenze sono in capo alle Regioni. Sul piano locale dovranno essere utilizzate per riqualificare il sistema di incontro tra domanda e offerta di lavoro, equilibrare i 21 sistemi del lavoro e della formazione regionali. Intervenire su questo segmento richiede un salto di qualità delle parti sociali, per contrastare quella logica “opportunistica” che ha fatto della formazione uno strumento clientelare, nelle mani di operatori economici e attori istituzionali coinvolti, più che uno strumento utile alle persone in cerca di lavoro.

In Campania più che altrove, visti i dati sulla disoccupazione giovanile, si potrebbe partire dalla certificazione delle competenze acquisite (proprio in quella “economia dei lavoretti”) accompagnate da un percorso formativo e una prova d’arte che qualifichi quel giovane privo del titolo di studio e lo identifichi in un albo delle competenze regionali al quale le imprese possano attingere sulla base dei propri fabbisogni. Sarebbe auspicabile che di una tale sfida si facesse carico la bilateralità (sindacati dei lavoratori e delle imprese), ma gratuitamente, utilizzando le risorse accantonate dagli Enti e dai fondi interprofessionali, in deroga alle disposizioni vigenti. Solo nella fase iniziale, come segnale di grande responsabilità, vista la drammaticità della condizione economica della regione. Le risorse della bilateralità potrebbero essere utilizzate anche per sostenere le lavoratrici madri.

Alla ripresa delle attività gli Enti potrebbero farsi carico di sostenere una quota della spesa destinata alla cura dei figli, degli anziani o delle persone con disabilità oggi completamente a carico delle donne. Una scelta già sperimentata, quando sono stata vicepresidente dell’Ebac (Ente bilaterale dell’artigianato della Campania). La pandemia ha messo in evidenza non poche falle del nostro sistema di protezione sociale, ma il limite più grande sarebbe perseverare nel non cogliere le opportunità di riforma a cui la crisi ci obbliga.

Classe 1969, napoletana, già segretario generale della Cisl Campania.