La geopolitica contemporanea soffre spesso di un vizio: trasformare ogni dinamica di potenza in una caricatura ideologica. Da una parte la narrativa di un’America imperiale onnipotente; dall’altra quella di un Occidente debole e disorientato. La realtà, come quasi sempre avviene, è più complessa. Gli Stati Uniti non stanno perseguendo — almeno nelle dottrine ufficiali — l’eliminazione di Russia e Iran come Stati sovrani. Stanno però cercando di ridurne drasticamente l’autonomia strategica. Ed è qui che si gioca la vera partita del XXI secolo. La distinzione non è semantica. Durante la Guerra Fredda, il contenimento significava impedire l’espansione dell’avversario mantenendo però un equilibrio riconoscibile: deterrenza nucleare, sfere di influenza, linee rosse relativamente stabili. Oggi il confronto si sviluppa su livelli molto più profondi: finanza, tecnologia, catene industriali, cyberspazio, energia, logistica, intelligence, controllo dei semiconduttori e capacità produttiva.

La National Defense Strategy americana del 2026 fotografa bene questa trasformazione. Washington non parla di guerra totale contro Mosca o Teheran. La priorità dichiarata resta la Cina. La Russia viene definita una minaccia persistente ma gestibile, soprattutto in chiave europea. L’Iran è trattato come fattore di destabilizzazione regionale, soprattutto sul dossier nucleare e sul sostegno alle reti armate mediorientali. Non c’è una dottrina pubblica di “regime change globale”. C’è invece una strategia selettiva di pressione multilivello. Ed è proprio questa pressione a produrre effetti geopolitici enormi. Nel teatro ucraino, ad esempio, il sostegno occidentale non serve soltanto a difendere Kyiv. Produce anche un logoramento strutturale della capacità russa: consumo di mezzi, erosione industriale, perdita di accesso tecnologico, dipendenza crescente da Cina e triangolazioni commerciali asiatiche. Mosca conserva la propria sovranità formale, ma vede restringersi la propria libertà d’azione. Lo stesso vale per l’Iran. Le sanzioni finanziarie, la pressione navale, le operazioni cyber, il contrasto alle milizie proxy e il coordinamento strategico tra Stati Uniti e Israele non equivalgono alla cancellazione dello Stato iraniano. Mirano però a ridurre la profondità strategica di Teheran, limitandone la capacità di proiettare potenza dal Libano al Golfo Persico.

Qui emerge il nodo decisivo: la percezione esistenziale degli avversari. Per Washington, Russia e Iran sono problemi strategici da gestire dentro una competizione globale. Per Mosca e Teheran, invece, la compressione dell’autonomia può essere vissuta come una minaccia alla sopravvivenza del regime e alla continuità stessa dello Stato nella sua forma attuale. È questa asimmetria psicologica e politica ad aumentare il rischio di escalation. L’errore di molti osservatori europei è leggere il confronto soltanto in termini morali o propagandistici. In realtà siamo dentro una gigantesca competizione industriale e sistemica. La guerra moderna non si misura più soltanto sul campo di battaglia, ma nella capacità di produrre droni, missili, difesa aerea, semiconduttori, energia e logistica resiliente. Per questo il vero terreno decisivo sarà l’Europa. Washington sta chiaramente chiedendo agli alleati europei un maggiore “burden sharing”: più spesa militare, più capacità industriale, più responsabilità strategica. È una scelta coerente con la priorità indo-pacifica americana. Gli Stati Uniti vogliono evitare di essere risucchiati simultaneamente in tre teatri permanenti — Ucraina, Medio Oriente e Taiwan — mantenendo però la leadership dell’Occidente.

Per l’Europa questa è insieme un’opportunità e un rischio. Opportunità perché accelera finalmente la costruzione di una capacità industriale e difensiva continentale. Rischio perché una dipendenza eterna dagli assetti americani — intelligence, trasporto strategico, C4ISR, difesa aerea — impedirebbe all’Unione di diventare un vero attore geopolitico autonomo. Bisogna evitare due ingenuità opposte. La prima è l’antiamericanismo riflesso, che finisce per assolvere le responsabilità imperiali della Russia di Putin o la strategia destabilizzante iraniana. La seconda è credere che la sola superiorità economica occidentale basti automaticamente a garantire stabilità. Non basta. Le potenze sotto pressione possono accettare costi enormi se percepiscono il conflitto come esistenziale. La storia insegna che gli imperi raramente collassano soltanto per effetto delle sanzioni. La vera sfida per l’Occidente sarà allora mantenere deterrenza e superiorità industriale senza trasformare la competizione globale in una spirale incontrollabile. Non eliminazione degli avversari, dunque, ma limitazione della loro capacità di alterare l’ordine internazionale con la forza.