La lettura del libro-intervista di Alessandro Sallusti e Luca Palamara sconvolge le nostre coscienze. Sembrerà strano ma, da magistrato, quel che più mi inquieta del racconto di Palamara non sono tanto le pure e semplici malefatte delle “correnti”. Il suk delle nomine, gli indegni accordi spartitori, il baratto delle prebende e i collegamenti con la politica sono fatti che, per quanto deprecabili, erano comunque più o meno noti. Che questo fosse l’andazzo era il segreto di Pulcinella (anche se il racconto dell’ex presidente dell’Anm ha il pregio di aprire squarci di verità su fatti e vicende specifici finora ignoti all’opinione pubblica e alla gran parte dei magistrati). Ma quello che più allarma è il clima di violenza che si respira, dalla prima all’ultima pagina del libro.

Finora avevamo creduto che i contrasti tra le diverse correnti della magistratura associata si risolvessero pur sempre in una “semplice” lotta per il potere, per quanto aspra e condotta con metodi ampiamente illegali. Adesso, invece, con un senso di angoscia, apprendiamo di episodi di vero e proprio killeraggio e di strategie mirate alla delegittimazione dei magistrati più incontrollabili o invisi al Sistema. A sentire Palamara, puntualmente, in questi casi, la macchina del fango si metteva in moto per neutralizzare il malcapitato di turno, ovvero per impedirgli di concorrere a questo o quel posto di procuratore. E questo solo perché lo sventurato aveva avuto la sfortuna di essere inviso al brutale Sistema di potere delle correnti. È inutile girarci attorno: questa si chiama violenza. Una violenza odiosa, ignobile e ingiusta.

Accanto alle spartizioni e alle miserevoli raccomandazioni, dal racconto di Palamara emergono poi diversi episodi di vera e propria bullizzazione in danno di non pochi magistrati. Chi non si piegava al Sistema, chi si dimostrava troppo indipendente o troppo poco sensibile alle lusinghe del potere veniva immediatamente emarginato o allontanato e delegittimato. È evidente che ci troviamo di fronte solo alla punta dell’iceberg. C’è un episodio di cui fui protagonista quasi venti anni fa e che, alla luce delle recenti rivelazioni, mi sembra emblematico. Ne faccio parola adesso per la prima volta. La vicenda (a cui faccio soltanto un breve accenno nel mio libro Il Monolite – Storie di camorra di un giudice antimafia) risale all’aprile del 2002, quando l’allora procuratore di Napoli Agostino Cordova decretò il mio ingresso nella Direzione distrettuale antimafia.

La mia nomina fece particolarmente scalpore, non certo per una questione di mancanza di esperienza (nonostante la mia giovane età, infatti, potevo  già vantare un notevole curriculum, avendo nell’aprile del 2001 ottenuto la prima condanna, a circa 500 anni di reclusione, di 41 tra capi e gregari del potentissimo clan Sarno di Ponticelli), quanto piuttosto per il fatto che non ero legato ad alcuna corrente e non avevo nessun santo in Paradiso a cui appellarmi, a fronte di altri candidati, ben più anziani di me, che aspiravano allo stesso posto e che erano molto più ammanigliati al Sistema delle correnti.

Pare che la decisione di Cordova non venne presa molto bene, in particolare negli ambienti di una delle correnti, tanto che – per come mi fu successivamente riferito – uno dei concorrenti, deluso per il mancato incarico, si rivolse per interposta persona addirittura all’allora procuratore nazionale antimafia per cercare di bloccare la mia nomina che, proprio a causa di tale indebito “intervento”, subì un rallentamento di diversi giorni. All’epoca la cosa mi lasciò piuttosto indifferente, ma oggi, alla luce delle rivelazioni di Palamara, mi viene il dubbio che in quei giorni qualche “cecchino” abbia passato al setaccio la mia storia personale e professionale (senza però, a quanto pare, trovare nulla di interessante).

Laddove l’episodio ricevesse conferma, sarebbe l’ulteriore riscontro al fatto che le capacità e il merito individuali non vanno d’accordo col potere, così nella società civile come in magistratura: il Sistema preferisce i servi sciocchi. La fedeltà al sodalizio della corrente è evidentemente un “valore” di fronte al quale il talento e l’indipendenza dei singoli magistrati cedono il passo, con conseguente irreparabile danno per l’istituzione e i cittadini. Nel frattempo, aumentano sempre di più le adesioni al recente appello trasmesso al Capo dello Stato affinché, con la sua autorevolezza, intervenga per avviare l’ormai non più differibile azione di recupero della fiducia di cui l’ordine giudiziario e la gran parte dei magistrati meritano di godere. A oggi sono 120 i colleghi che hanno sottoscritto il documento, nella speranza che qualcosa possa finalmente cambiare.