Questa è una storia di magistrati e di nomine, brutta e bella allo stesso tempo. Che fa indignare, ma è capace anche di far pensare che non è tutto perduto, che finché esistono persone di questo tipo c’è una speranza. Non farò il nome del giudice coinvolto e nemmeno del luogo di cui si parla. Lui, fedele ai tre principi tramandatigli dal suo maestro – pensiero libero, azione muta, obbedienza cieca – non lo vorrebbe. Chi lo conosce capirà; per gli altri rappresenterà una storia emblematica, una vicenda di umana miseria, da una parte, e di libertà, dall’altra.

Il giudice in questione non fa parte di nessuna corrente. È presidente della sezione penale di un tribunale dove, in mancanza del presidente, ne ha anche assunto le funzioni. Poteva fare semplicemente il suo mestiere di giudice e sarebbe stato apprezzato. Ma lui ha fatto di più. Durante la sua reggenza ha riorganizzato l’attività del tribunale, che è passato da uno degli ultimi posti in regione per tempi e pendenze a uno dei primi, con tempi per i processi penali paragonabili agli standard europei. Già questo sarebbe di per sé un successo. Ma lui ha fatto anche di più: ha portato avanti un progetto, facendo lavorare i detenuti e pagando il materiale di tasca sua, per ristrutturare gli uffici giudiziari, un’opera che il Consiglio superiore della magistratura ha indicato come esempio di buone pratiche.

Al momento di scegliere il nuovo presidente del tribunale, il magistrato ha deciso di presentare la sua candidatura. Non pensava di poter vincere, ci mancherebbe. Sapeva che altri colleghi molto qualificati avevano avanzato la stessa domanda. Ma di certo non si aspettava di non ricevere nemmeno un voto dai membri del Csm. Ignorato completamente, come se i buoni risultati ottenuti non gli potessero valere nemmeno un minimo riconoscimento anche da uno solo dei membri dell’organo di governo autonomo. Troppo libero? Non supportato da alcuna corrente? Non abbastanza titolato? Eppure se è stato reputato tanto incapace da non ottenere nemmeno una preferenza, come ha fatto a portare tanti oggettivi miglioramenti al tribunale che ha retto fino ad ora?

Lo dice Palamara nel suo libro: se promuovi un magistrato al di fuori del sistema, il sistema smette di alimentarsi, se ne promuovi uno al suo interno arriva il momento di ricambiare il favore. Con questo non voglio dire che chi è stato proposto all’unanimità per il posto come presidente del tribunale sia parte del sistema o sia meno titolato. Il giudice ‘ignorato’ certamente non fa parte del sistema, non ha amicizie politiche e non ricerca visibilità.

E qui comincia la parte positiva della vicenda, perché se quotidianamente leggiamo storie di nomine, di favori, di influenze politiche sulla magistratura (e viceversa), non bisogna perdere fiducia nella magistratura perché esistono ancora Magistrati (con la M maiuscola) degni di questo nome, lontani dai riflettori, ma ben presenti nella realtà della giustizia che amministrano.