La nomina del procuratore di Perugia ha reciso in due il Csm, spaccatosi sui nomi dei due principali pretendenti. Nulla di nuovo, per carità. Anzi un segnale di vitalità e di trasparenza in una stagione consiliare non proprio felice che ha visto la sostituzione di ben sei componenti dell’Organo di autogoverno (cinque togati più Fuzio, procuratore generale della Cassazione anche lui impanato nell’affaire Palamara). Dalle cronache immediate dei lavori del Csm si colgono i segni di un dibattito vivace, alla luce del sole, in cui sono apparse evidenti le ragioni a sostegno dell’una e dell’altra candidatura. Una nomina che avrà una certa influenza all’interno della corporazione in cui da anni si dibatte della rilevanza da assegnare, in positivo o in negativo, alle esperienze “fuori ruolo” ossia ai periodi di attività svolti all’esterno delle aule di giustizia da quanti si candidano agli incarichi direttivi.

Non è facile prendere posizione su un tema particolarmente delicato come questo. Falcone era direttore generale del ministero della Giustizia quando venne ucciso, Borsellino non aveva mai dismesso la toga sino all’eccidio. Ci sono ex toghe che hanno trascorso svariati anni tra incarichi ministeriali e incarichi all’estero di nomina governativa e che pure godono di grande audience dentro e fuori dalla corporazione. Il Procuratore della Repubblica di Palermo, di Napoli, di Firenze, di Lucca – per indicare le sedi più rilevanti – hanno occupato nel corso della propria carriera ruoli di prestigio fuori dalla magistratura. Due toghe di rilievo assoluto erano pronte ad assumere, rispettivamente nel 2014 e nel 2018, l’incarico di ministro della Giustizia e di Capo della polizia penitenziaria, destinazioni poi evaporate per ragioni solo in parte chiarite e non senza polemiche.

Difficile, quindi, pronunciare parole definitive sull’argomento, soprattutto quando la maggioranza di governo afferma di voler costruire un “muro” per separare politica e magistratura, ma poi annuncia di voler agire con riferimento al Csm – e alla possibilità che vi confluiscano componenti o ex componenti delle Camere – o alle toghe scese in politica cui andrebbe vietato di continuare a svolgere funzioni giurisdizionali. L’idea che la politica contamini l’imparzialità e l’indipendenza dei magistrati e che, invece, gli incarichi di apparato o di governo le lascino immacolate è, come dire, singolare. Il voto popolare è una fonte di legittimazione senz’altro più trasparente e costituzionalmente nobile di uno strapuntino ministeriale conquistato con aderenze e suppliche di vario genere. Soprattutto in una Costituzione che conosce il divieto di mandato imperativo e assicura al personale politico in generale guarentigie locutorie particolarmente significative (si pensi a quelle in favore dei consiglieri regionali).

Anche su questo versante, per giunta, le propalazioni recenti di chat e conversazioni rendono una cornice tristemente evocativa di prassi molto più risalenti e molto poco edificanti, costate le dimissioni di un uomo di primo piano del ministero di via Arenula. A questo si aggiunga che lo stesso Csm – con riferimento alla posizione del presidente della Regione Puglia (magistrato di grande prestigio) iscritto al Pd – aveva chiesto l’intervento della Corte costituzionale dubitando che fosse conforme alla Carta fondamentale la previsione quale illecito disciplinare dell’iscrizione dei magistrati a partiti politici nonché la loro partecipazione sistematica e continuativa all’attività di un partito (sentenza n. 170 del 2018). Una questione spinosa e complessa, quindi.

Nel voto per la Procura di Perugia che, come noto, ha la titolarità di tutte le indagini sui magistrati del Lazio e dovrà sbrogliare anche la matassa Palamara, un dato merita di essere preso in considerazione. Ieri tutti i componenti laici del Csm hanno votato in favore dell’ex presidente dell’Anac ossia si sono espressi a sostegno del candidato verso cui più consistenti erano i dubbi sollevati da parte di alcune correnti della magistratura (e non solo) le quali stigmatizzavano la sua precedente esperienza extra moenia. Indipendentemente e a prescindere, quindi, dalla matrice di quella designazione al vertice dell’Anticorruzione, l’intera compagine “politica” del Csm ha individuato nel dottor Cantone il candidato più meritevole di dirigere una Procura nevralgica come quella di Perugia.

Il voto compatto e unanime dei laici del Csm potrebbe consentire due diverse interpretazioni. Può darsi che la politica abbia inteso puntualizzare e riaffermare che esperienze diverse da quelle delle aule di giustizia non sono un turpe incesto e che non per questo profilo un magistrato può ritenersi meno meritevole di un altro. Può darsi, ancora, che il rassemblement dei laici del Csm abbia voluto rendere evidente a tutti che la nomina del Procuratore di Perugia ha connotati anche politici, connotati che sono percepiti come tali anche nel sentire comune della stessa corporazione. In fondo l’affermazione autorevole – che si sarebbe fatta nel corso del dibattimento consiliare – che il dott. Cantone sarebbe andato bene per qualunque altro incarico purché diverso da Perugia, contiene in sé il riconoscimento delle stimmate “politiche” di quell’incarico e della necessità di calibrare la scelta del procuratore secondo un asse di valutazione a geometria variabile rispetto ai canoni fissati dalla legge e dalle circolari in materia.

Quale prospettiva si scelga tra le due il risultato cambia poco: se l’opposizione al dottor Cantone derivava dal suo trascorso “politico” è evidente che nessun incarico poteva essergli assegnato in qualunque sede giudiziaria; se, invece, l’obiezione deriva dalla caratura “politica” dell’ufficio di Perugia la questione muta di poco, posto che al centro vi sono circostanze che nulla hanno a che vedere con i parametri diffusamente enunciati nel poderoso Testo unico sulla dirigenza approvato dal Csm. Con una importante differenza, tuttavia. Il rilievo che quella di Perugia sia una sede “sensibile” e l’esplicitazione anche formale di questo punto all’interno del Csm porta argomenti non trascurabili a sostegno della tesi di un progressivo riassorbimento dell’ufficio del pubblico ministero nell’alveo delle responsabilità politiche, se non ministeriali.

Il solo aver posto al centro della discussione la caratura “politica” del candidato e/o della sede flette la scelta dei capi degli uffici inquirenti verso un terreno scosceso e irto di pericoli per l’indipendenza del pubblico ministero. Un domani, legittimamente, la politica potrebbe pretendere di scegliere essa (come accade in quasi tutte le democrazie occidentali) i responsabili dell’azione penale sottraendoli alla discrezionalità all’autogoverno. Il vaso di Pandora del recente scandalo, una volta scoperchiato, spira venti imprevisti e imprevedibili e annuncia sequenze istituzionali non del tutto controllabili.