Arrestato all’Avana Guillermo Fariñas, uno dei più noti dissidenti al regime cubano. L’hanno fermato agenti dei servizi mentre stava andando all’ambasciata di Spagna per ritirare il visto col quale contava di andare prima in Spagna e poi a Bruxelles. Non ci sono notizie ufficiali sulla ragione del suo arresto. Non si sa dove sia stato portato. Fariñas, Premio Sacharov del Parlamento europeo alla libertà di coscienza nel 2013, giornalista, è un militante degli scioperi della fame di protesta contro il regime. Ne ha fatti una ventina. Il più lungo (135 giorni), quello che ottenne maggior copertura giornalistica all’estero, fu nel 2010 quando chiese, da detenuto in una prigione cubana, la liberazione dei prigionieri politici. Coccolato a lungo dai media internazionali, è caduto un po’ in disgrazia da quando, nel 2014, criticò duramente le aperture dell’allora presidente americano Barack Obama ai Castro, preludio politico necessario al disgelo delle relazioni diplomatiche tra Washington e l’Avana.

«È un errore la disponibilità mostrata dagli Stati Uniti – disse allora Fariñas – dà ossigeno alla dittatura cubana che sta cercando di fingere una messinscena di transizione verso la democrazia soltanto allo scopo di mantenere al potere la famiglia Castro». Quella esplicita critica dava voce alla rabbia di una buona parte della sparuta, ma pur esistente, opposizione interna nell’isola, che chiede democrazia e libere elezioni. In quel mondo piccolo, attraversato da agenti di vari servizi esteri e da innumerevoli faccendieri, c’è coraggio e anche una discreta rivalità nella grande corsa ad accaparrarsi le simpatie e la fiducia della generosa mano americana all’Avana. Che vuol dire tanti soldi cash nonché la benedizione per un ruolo politico nella Cuba post regime.

A nessuno dei dissidenti noti e meno noti, dopo averne passate tante, piaceva allora, in quel clima, l’idea di ritrovarsi a fare la parte inutile della pedina, scavalcata dalla iniziativa diretta presidenziale americana. Il primo a dirlo in pubblico fu Guillermo Fariñas. Pochi giorni prima di quella presa di posizione inaspettata e per niente popolare aveva denunciato, non molto ascoltato, di aver subito un tentativo di omicidio. Aveva raccontato che durante una riunione politica a casa sua un uomo gli si era scagliato contro con un pugnale tentando di ucciderlo. Due donne delle Damas de Blanco, il gruppo costituito da familiari dei detenuti politici, furono accoltellate. L’assalitore fu visto andar via su un’auto della polizia dopo essere stato affettuosamente salutato da un poliziotto che Fariñas conosce bene perché è solito stazionare sotto casa sua, secondo lo stile dei servizi interni cubani che hanno imparato il metodo da quelli russi: la sorveglianza dei dissidenti deve essere aperta, evidente, perché così la pressione è più efficace.