A Vincenzo De Luca va riconosciuto un merito: quello di averci risparmiato l’insopportabile toto-assessori e la solita ridda di nomi, voci, smentite. Nemmeno il tempo di essere confermato alla guida della Regione, infatti, che il governatore ha reso noti i componenti della sua giunta. Questo è un bene per la Campania che non può permettersi il lusso di indugiare, pressata com’è dalla recrudescenza del coronavirus e da una situazione economico-sociale esplosiva. Oltre la pandemia, però, altre due sfide attendono De Luca: la ristrutturazione della sanità locale e gli equilibri nella conferenza Stato-Regioni.

La giunta appena delineata è in evidente continuità con quella precedente di cui facevano già parte Fulvio Bonavitacola, Lucia Fortini, Bruno Discepolo e Valeria Fascione che mantengono rispettivamente le deleghe ad Ambiente, Scuola, Urbanistica e Ricerca. A loro si aggiunge Ettore Cinque al quale De Luca ha affidato il Bilancio come in passato. I volti nuovi sono Antonio Marchiello (Attività produttive e Lavoro), Nicola Caputo (Agricoltura), Felice Casucci (Semplificazione amministrativa e Turismo), Armida Filippelli (Formazione professionale) e Mario Morcone (Politiche della sicurezza). Nominando questa giunta De Luca ha centrato due obiettivi. A livello politico, ha chiuso rapidamente la partita delle alleanze: Caputo rappresenta Matteo Renzi, Casucci è un fedelissimo di Clemente Mastella, Filippelli e Morcone sono nomi graditi al Partito democratico napoletano. Sotto il profilo amministrativo, invece, una giunta in continuità con quella precedente dovrebbe essere garanzia di compattezza e rapidità decisionale.

Ciò che manca è un assessore alla Sanità. Ancora una volta De Luca ha scelto di non assegnare la delega, ritenendo il suo modello di gestione valido e legittimato dal consenso popolare. Qui il presidente della Regione è chiamato a contenere la pandemia senza sacrificare l’economia della Campania. I dati non sono confortanti: ieri altre 295 persone sono risultate positive al Covid-19. I contagi sono in crescita costante perché solo da qualche settimana è lievitato il numero dei tamponi effettuati. E forse è proprio questa la falla del modello di gestione dell’emergenza sanitaria adottato da De Luca. Anziché puntare sulla “strategia del lanciafiamme”, fatta di iperboli e minacce, il governatore avrebbe dovuto intensificare i controlli così da contenere la diffusione del Covid. Insomma, De Luca deve capire che la comunicazione aggressiva non basta e che nelle sue mani c’è una regione che non può permettersi un secondo lockdown.

L’altra grande sfida che attende il governatore è la conferenza Stato-Regioni. La recente tornata elettorale ha garantito ai presidenti una forte legittimazione popolare. È il caso proprio di De Luca e di Zaia, premiati con percentuali di consenso bulgare. Nello stesso tempo, però, le urne hanno modificato gli equilibri all’interno della conferenza, con il centrodestra che adesso governa in 15 regioni su 20 e reclama la presidenza dell’organo oggi presieduto dal dem Stefano Bonaccini. La situazione attuale vede contrapposti i governatori del Centro-Nord, quasi tutti di centrodestra e sostenitori del regionalismo differenziato, e quelli del Sud, in gran parte di centrosinistra ma che spesso si guardano in cagnesco come nel caso di De Luca e del suo collega pugliese Michele Emiliano.

Ecco, al presidente della Campania tocca anche il non facile compito di riequilibrare i rapporti di forza all’interno della conferenza Stato-Regioni, magari facendosi carico della non facile impresa di compattare il fronte dei governatori del Sud, per evitare che quest’area sia definitivamente marginalizzata: un compito difficile al quale il presidente della Campania non può sottrarsi.