GERUSALEMME – «La mia è una nomina calcolata da tempo, non come conseguenza di quanto accaduto negli ultimi mesi». George Deek mette subito in chiaro che l’incarico di Inviato speciale del governo israeliano per i cristiani nel mondo non fa seguito alle ultime tensioni della Città vecchia, qui a Gerusalemme, oppure del Libano del Sud. Diplomatico e primo arabo cristiano a rappresentare Israele nel ruolo di ambasciatore, a Deek è stato chiesto di ricucire un rapporto che, sì, negli ultimi mesi si è fatto sempre più difficile. Complice la guerra a Gaza, le tensioni con il Vaticano e i ripetuti episodi di violenza contro religiosi e luoghi di culto cristiani. Lo scorso anno una chiesa della Striscia era stata colpita dall’artiglieria israeliana. Alle accuse internazionali, aveva reagito Bibi Netanyahu scusandosi e cercando di spegnere l’incendio mediatico. Poi c’era stato il caso del cardinale Pizzaballa fermato dalla polizia appena fuori dal Patriarcato mentre cercava di recarsi a celebrare messa la Domenica delle Palme. Infine, gli episodi di vero e proprio sacrilegio sulla linea del fronte, nel Libano del Sud, con alcuni soldati di Tzahal che si erano accaniti contro un crocifisso e una statua della Madonna.

«Tutto assolutamente inaccettabile», dice subito Deek. «È un insulto ai cristiani, ma anche a me, alla mia famiglia e a tutti i cittadini di Israele». Deek ricorda che vi sono stati anche i casi di una suora aggredita a Gerusalemme e gli sputi contro alcuni sacerdoti. Attenzione, siamo nella Città vecchia. Chi conosce quei vicoli sa che la religione non è soltanto una faccenda intimistica. È un problema di convivenza e amministrazione degli spazi. Per inciso, nei decenni sono state più le volte che i Popi ortodossi e armeni se le sono date di santa ragione, con le loro scope per la pulizia della Basilica del Santo sepolcro, piuttosto che i momenti in cui le autorità israeliane siano ricorse alla forza contro i cristiani. «Detto questo, gli ultimi casi, in città come al fronte, sono fatti aberranti che non dovrebbero accadere».

Da qui, è inevitabile che l’incarico di Deek sia subito entrato nel pieno delle sue funzioni. «Un Paese non si giudica dal fatto che certi episodi avvengano, ma da come reagisce». Tant’è che i soldati responsabili delle profanazioni in zona di guerra sono già stati processati dalla giustizia militare. Mentre l’aggressore della religiosa è stato arrestato e attende il processo. Più complesso è il fenomeno degli sputi contro religiosi. Su questo Deek spiega che è stato creato un gruppo di lavoro che riunisce Ministero degli Esteri, Giustizia, Interno, Istruzione, Polizia e Procura generale per individuare nuove misure di prevenzione e repressione. «Lavoreremo sull’educazione, ma anche sull’applicazione della legge e sulle sanzioni».

L’obiettivo è evitare che Israele segua il destino di molte comunità cristiane del Medio Oriente, progressivamente ridotte o costrette all’emigrazione. Iraq, Siria, ma anche Turchia ed Egitto, per non parlare del Libano sono tutte terre dove la cristianità un tempo aveva peso. Oggi molte di quelle congregazioni sono ridotte al lumicino. Al contrario, Israele continua a essere un Paese di accoglienza dei cristiani. Secondo le stime di Deek, i cittadini israeliani di fede cristiana sono passati da circa 34mila nel 1950 agli attuali 184mila. «Le chiese presenti nel Paese sono raddoppiate dalla nascita dello Stato ebraico, arrivando a circa trecento. Qui i cristiani non stanno semplicemente sopravvivendo. Stanno prosperando». Ne è la conferma il fatto che, pur costituendo circa l’1,6% della popolazione, la comunità cristiana in Israele sforna il 4% di titoli di dottorato. Deek cita il caso di John Ternus, dirigente di Apple originario di Haifa e prossimo a raccogliere il testimone di Tim Cook.

«Sono un arabo-cristiano e un diplomatico israeliano», ricorda Deek. «Come diplomatico, devo confrontarmi con una comunità di 2 miliardi di fedeli». La sua nomina nasce dalla necessità di un governo che sente il dovere di fare di più. In Israele, le aggressioni, se di stampo religioso, vengono scontate con il doppio della pena. Non basta. Gli osservatori chiedono maggiore impegno nel campo della prevenzione. Questo vuol dire progetti educativi. Nelle scuole e nelle famiglie. Significa il coinvolgimento di più dicasteri. In pratica, politiche sociali che si rifanno a concetti quali accoglienza, apertura e tolleranza. Chimere per una nazione stravolta dal 7 ottobre. E con una guerra sempre dietro l’angolo. Questo è il problema, infatti. Dal 7 ottobre 2023, Israele è tutta un’altra cosa.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).