Ci sono voluti nove mesi perché il negazionismo costituzionale fosse ammesso da coloro che lo hanno testardamente perseguito.
Era dalla proclamazione dello stato di emergenza che voci, anche autorevoli, avevano denunciato lo tsunami istituzionale causato da un abuso degli strumenti di gestione della crisi epidemica. Eppure c’è voluta la tragedia imminente di questa seconda ondata perché, finalmente, il governo riconoscesse che non si può più andare avanti così. E che l’illusione di una fiducia sconfinata dei cittadini, complice la paura, e la giustificazione dell’emergenza potessero ridurre il nostro patrimonio costituzionale ad una semplice parola d’ordine: “il fine giustifica i mezzi”.

E così da alcuni giorni proprio coloro che negavano l’esistenza del problema si sono affrettati a lanciare il grido di allarme, chiedendo disperatamente una collaborazione stabile e strutturata di soggetti e organi sinora tenuti sostanzialmente ai margini: parlamento, regioni e opposizione, in primis. Sono nate così le implorazioni ai Presidenti delle Camere per trovare soluzioni (verrebbe da chiedere quali oltre alla Costituzione) perché tale collaborazione sia messa in piedi. È stata proposta all’opposizione la creazione di una cabina di regia permanente, si discutono in Parlamento ipotesi di commissioni bicamerali per una gestione concordata. Si è affacciata anche l’ipotesi, subito scartata, di governi di unità nazionale, salute pubblica, tecnici o politici. Tutto ciò è stato ribadito ieri dal Presidente Conte che per la prima volta da gennaio non solo ha accettato di riferire al Parlamento, prima e non dopo l’adozione di misure drastiche, ma ha addirittura accettato di considerare gli atti di indirizzo che, dal Parlamento, sarebbero stati adottati.

In questa scala, cioè, in una situazione così drammatica (non per interventi minori e rapsodici) non era mai avvenuto prima. E se, da un lato, non possiamo che rallegrarci di questa svolta, numerose domande rimangono aperte. E sono domande pesanti. Innanzitutto perché solo adesso? Purtroppo è proprio il timing a rendere difficile una risposta tranquillizzante. Una prima ragione potrebbe essere che il conflitto interno alla maggioranza abbia reso insostenibile una gestione della crisi limitata al perimetro del governo. Quello del Presidente Conte, accreditato tra coloro che hanno tentato di arginare le tentazioni più restrittive di altre componenti, sarebbe, in questo caso, un grido di allarme disperato per rompere l’accerchiamento dei falchi, sempre più soffocante.

Un’altra risposta potrebbe essere che sia l’intero governo ad aver ormai compreso che la situazione potrebbe sfuggire di mano e che si stia logorando la propensione dei cittadini alla spontanea osservanza delle decine di prescrizioni (anche contraddittorie tra loro) che si susseguono vertiginosamente a passo di carica e a intervalli temporali che non raggiungono ormai nemmeno la settimana.

La terza e più drammatica ragione potrebbe essere che, con buona pace delle dichiarazioni volte ad esibire efficienza e controllo della situazione, in realtà si stia avvicinando il momento in cui qualcuno dovrà rendere il conto di una gestione della quale vanno continuamente emergendo opacità e negligenze. Quantomeno sul piano della capacità di predizione e prevenzione nei mesi, estivi, in cui il virus aveva mollato la morsa.

Ma questa non è l’unica domanda. Rimane infatti il problema di uscire dall’avvitamento prodotto da una dinamica istituzionale che, in norme dell’emergenza, ormai da mesi si svolge senza una stella polare che non sia appunto quella del fine che giustifica i mezzi. Non è certo questo il momento di seminare sospetti. Verrà il tempo in cui su quanto è successo si dovrà fare un bilancio. Adesso, però, se si vuole recuperare la fiducia del Paese non bisogna commettere errori. Bisogna ritrovare quella stella polare, che ha le proprie radici nei principi liberal-democratici del costituzionalismo. Che, per troppo tempo, in tanti hanno pensato di poter piegare oltre ogni limite in nome delle presunte superiori ragioni dell’emergenza. Perché l’operazione riesca è necessario un sussulto di razionalità e di lealtà. Le furbizie non sono più ammesse. Se veramente il Governo vuole coinvolgere il paese, attraverso le istituzioni che lo rappresentano, cominci con una completa discovery di tutti i dati. Realizzi quella base dati pubblica e completa che da tutti i settori, politici e scientifici, a gran voce si reclama. Sarà tardi, ma almeno sarà il segno di una volontà sincera, il cui onere della prova, a questo punto, grava innanzitutto sul Presidente Conte.