Non sempre il carcere riesce a svolgere appieno la sua funzione rieducativa e a garantire al meglio il diritto alla salute dei detenuti. Ma quando questo accade perché interrompere il percorso? È l’interrogativo che si apre davanti alla storia di Francesco Barivelo, tarantino di 45 anni. Il suo nome è associato a una delle pagine più buie della Taranto dei primi anni Novanta. Era il 1994 e Barivelo, all’epoca 19enne, partecipò all’omicidio di Carmelo Magli, un agente della polizia penitenziaria colpito a caso tra gli agenti che avevano appena terminato il turno di lavoro perché il clan della zona voleva una detenzione più morbida per i suoi uomini in cella. Poco tempo dopo il delitto Barivelo fu arrestato e da allora è in carcere. Ha trascorso da recluso più della metà dei suoi anni e ha davanti a sé un fine pena mai, perché sconta una condanna all’ergastolo.

Nel carcere di Sulmona, dove è stato ininterrottamente per 20 anni, è passato dall’alta sicurezza all’articolo 21, cioè tra i pochissimi ammessi al lavoro esterno, diventando un detenuto modello. Negli ultimi cinque anni aveva avuto permessi per recarsi dalla famiglia a Taranto e fare rientro da solo nella struttura penitenziaria di Sulmona senza che mai fosse riscontrata una violazione. Insomma, la sua storia di detenuto è stata per anni l’esempio di come il carcere possa offrire una seconda opportunità a chi ha commesso un reato, seppur grave. Barivelo lavorava sia dentro che fuori il carcere di Sulmona come addetto alla manutenzione e alle riparazioni elettriche. Era anche pronto a lavorare nella scuola di polizia penitenziaria della cittadina abruzzese: ironia della sorte, direbbe qualcuno; esempio di un carcere che funziona e rieduca, sono i fatti.

Ma scoppia la pandemia e il Covid-19 stravolge vite e progetti in tutto il mondo e sfuma anche il progetto di un lavoro nella scuola di polizia penitenziaria di Sulmona. Intanto l’emergenza sanitaria impone al Paese mesi di lockdown e il governo vara misure per ridurre il sovraffollamento negli istituti di pena. Siamo a marzo scorso e il criterio seguito è quello di trasferire agli arresti domiciliari i detenuti più a rischio sotto il profilo sanitario. Francesco Barivelo è tra quelli, perché nel 2012 si era ammalato di tubercolosi e da allora i suoi polmoni e, in generale, il suo stato di salute richiedono periodici e specifici controlli. Il 29 marzo Barivelo viene quindi trasferito agli arresti domiciliari nella sua casa a Taranto. Ci resta fino al 26 maggio, perché nel frattempo in Italia si apre un dibattito sulle scarcerazioni in tempo di Covid e le posizioni giustizialiste fanno leva su una parte di politica e opinione pubblica al punto che quelle scarcerazioni vengono in larga parte revocate e i detenuti che per motivi di salute avevano ottenuto i domiciliari vengono riportati in cella.

Accade anche a Barivelo. Ma nel suo caso tornare in carcere equivale a tornare indietro di anni, a una situazione detentiva che sembra aver cancellato con un colpo di spugna i risultati della sua buona condotta e del suo lungo percorso di reinserimento. E così, da giugno, Barivelo è rinchiuso nel carcere di Secondigliano dove divide la cella con un altro detenuto in una sezione affollata come lo sono quasi tutte quelle delle carceri napoletane. Non ci sono attività o lavori da svolgere e trascorre le sue giornate tra ozio forzato e costanti timori per le sue condizioni di salute, tenuto conto che nel carcere di Secondigliano il virus è entrato e ci sono detenuti positivi al Covid. «Non so perché mio padre sia stato portato in quel carcere, nessuno ce lo spiega – dice la figlia Rosaria, raccontando questi mesi trascorsi in attesa di una risposta dal Dap – Sono preoccupata per lui. Non dico che deve essere scarcerato né messo ai domiciliari, ha commesso un reato ed è giusto che sconti la condanna. Ma anche se è un detenuto resta un essere umano. E io chiedo solo che sia messo al sicuro, in una struttura dove la sua salute non sia a rischio».