Lo stato della politica italiana si presenta oggi in larga misura come una “nave sanza nocchiere in gran tempesta”, come scriveva già Dante Alighieri. Si tratta ora di guardare al futuro e cercare di capire quali possono essere le modifiche che nei prossimi mesi interverranno sul sistema dell’offerta dei partiti e anche, se possibile, cominciare a delineare quale potrebbe essere la loro performance alle elezioni del 25 settembre. Prima però è necessario provare a comprendere le ragioni della caduta – drammatica – del governo Draghi.

All’origine del “non-voto” di fiducia (uno dei caratteri singolari di questa vicenda) che ha posto fine all’esperienza del governo di unione nazionale, ci sono naturalmente molti e svariati elementi. Ma occorre ricordarne soprattutto tre. In primo luogo, la diminuzione costante e incessante dei consensi per la Lega di Salvini e il M5S di Conte nei sondaggi sulle intenzioni di voto degli ultimi mesi. Di fronte a questo fenomeno, i due leader e una parte dei loro spin doctor avranno finito col pensare che, in fin dei conti, restare più a lungo nel governo di Mario Draghi, che non dava soddisfazione alle loro richieste (dall’assistenzialismo dei grillini a quelle altrettanto strampalate di scostamento del bilancio della Lega), era dannoso per loro in vista delle elezioni e del consenso dei loro votanti potenziali.

In secondo luogo, è in realtà possibile che quello che resta del M5S abbia tirato sulla corda (del termovalorizzatore) senza avere intenzione di spezzarla. Lo confermano anche alcune testimonianze sulle trattative legate al voto in Senato. È difficile, infatti, che Conte e i suoi fedeli abbiano un futuro parlamentare di qualche significato dopo la rottura del “campo largo”, che appare ormai archiviato dal PD. L’errore di valutazione di Conte, al quale abbiamo fatto cenno e che aveva spinto Draghi a presentare la dimissioni, in un primo tempo respinte dal Presidente della Repubblica, ha permesso a Salvini e a Berlusconi, di avere un comodo pretesto per andare alle elezioni il più presto possibile.

Berlusconi stesso ha espresso l’intenzione di candidarsi al Senato, con l’ambizione di diventarne Presidente e coprire così la seconda carica dello Stato. Ma, ciò che è ancora più importante, il Cav., malgrado il probabile calo di voti per FI (sia a causa del voto contro il Governo Draghi, che ha lasciato sconcertata una parte del suo elettorato, sia specialmente, della fuoriuscita di importanti leader storici del partito) potrebbe avere comunque una sorta di golden share sulla formazione di un eventuale governo di destra, perché senza il suo avallo ci potrebbe non essere la maggioranza in Parlamento per la Lega e FdI. Una posizione di potere molto significativa e che potrebbe un domani condizionare l’esecutivo.

In terzo luogo, infine, non va esclusa la volontà dello stesso Draghi di evitare di concludere la sua esperienza di governo nel mezzo di una lunga campagna elettorale condotta da due partiti, la Lega e il M5S, entrambi ormai apertamente di lotta e di governo che avrebbero paralizzato e sterilizzato la sua azione. Con queste premesse – e caduta ormai ogni velleità di quella nuova legge elettorale, su cui tanto si era (inutilmente) discusso negli ultimi mesi – si apre la campagna elettorale. Con l’arrivo del generale agosto, è facile prevedere che sarà necessariamente breve – ma molto intensa – e che si concentrerà soprattutto dopo la prima metà di agosto.

Gli esiti della consultazione sono in questo momento imprevedibili, al di là dei sondaggi che attribuiscono un vantaggio notevole al centrodestra. Il motivo principale di questa situazione è che molti cittadini sono stati molto colpiti da ciò che è successo in Parlamento e, di conseguenza, non hanno ancora maturato una scelta di voto. Che dipenderà anche – soprattutto – dall’offerta politica (che deve ancora definirsi e per la quale intercorrono in queste ore le trattative tra i diversi leader e i partiti) e da ciò che verrà detto e proposto in campagna elettorale.

Non va poi esclusa la possibilità di una crescita, più o meno sensibile, dell’astensione. E questo è un dato che non va sottovalutato. L’irritazione popolare per la caduta del Governo Draghi – e, specialmente, per le modalità con cui questa è avvenuta e per il comportamento che alcuni partiti hanno assunto – è stata molto diffusa e di conseguenza si sono accresciute nell’opinione pubblica la disaffezione e la sfiducia nei confronti della politica e dei suoi esponenti. È ragionevole pensare che, di fronte a quanto è successo, una quota più o meno consistente di cittadini scelga alla fine di disertare le urne. Riguardo alle scelte di chi voterà, occorre osservare in primo luogo che i sondaggi recenti, che danno un vantaggio alla destra, hanno mostrato al tempo stesso che ben sette italiani su dieci non trovavano né utile né opportuno andare subito alle elezioni (fonte Euromedia). È dunque possibile che chi ha fatto cadere il governo venga in qualche misura punito dalle urne.

Se ci si concentra poi sull’offerta e sugli accordi dei singoli partiti, pare evidente da subito che la possibilità di un accordo fra il PD e i 5S sui collegi uninominali (per i quali, come si sa, è necessario, per sperare di vincere, un accordo sui candidati delle diverse forze politiche e che rappresentano ben il 30% dei seggi in palio nella consultazione) è da escludere. Il campo largo di cui si è parlato da molto tempo è ormai una chimera del passato. Il PD può guardare solo ad una alleanza con le forze politiche che hanno mostrato solidarietà con il presidente Draghi. Da questo punto di vista, è ragionevole prevedere che Il PD, per parte sua, metta al centro del suo discorso e delle sue alleanze il programma avviato dall’ex Presidente del Consiglio, specialmente sul fronte economico e di politica internazionale, indicandolo come possibile leader della coalizione. Ma le trattative sulle alleanze sono ancora in corso: per ora Letta sembra guardare in diverse direzioni – a sinistra come, al tempo stesso, al centro – per conquistare più spazio possibile

Dal canto suo, il centro destra deve pensare (specialmente nel caso di eventuale vittoria) ad un minimo programma comune, che non sarà particolarmente facile da strutturare, viste le posizioni differenti dei membri del cartello elettorale FdI-Lega-FI: sono infatti molti i temi su cui questi partiti si sono pronunciati anche molti in contrasto tra loro negli ultimi mesi. E, specialmente, dovranno concludere un – difficilissimo – accordo sui candidati comuni da presentare nei collegi uninominali. Ma nulla ci dice in questo momento che gli attori dello scenario politico e dei partiti restino quelli che attualmente conosciamo e consideriamo. È infatti abbastanza evidente che la crisi del governo ha creato nel mondo politico una situazione di movimento che non può essere sottovalutata. Nuovi scenari ci aspettano.

Ci saranno dunque certamente nelle prossime settimane turbolenze all’interno dei partiti. Brunetta, Gelmini e Cangini che hanno lasciato FI non sono che un primo segnale della crisi di questo partito. Ma anche all’interno del Carroccio si percepiscono movimenti: è probabile che in una parte della Lega, che vedeva con favore le scelte economiche del governo Draghi, vi sia irritazione per la linea di Salvini. Ed è comunque possibile che questa linea faccia perdere ulteriori voti alla Lega. Oggi un elettore ex leghista, anche un po’ indeciso, potrebbe scegliere di votare per il partito di Meloni. Forza Italia, a sua volta, rischia di perdere voti a favore di Meloni o del partito di centro (con Brunetta?), se si costituirà. Questa del centro rimane una grande incognita. I tempi stringono e deve, per esistere, darsi subito una organizzazione.

Non è facile perché i leader che insistono su quest’area coltivano tutti l’ambizione di essere protagonisti e, di conseguenza, sono spesso litigiosi tra loro e poco inclini ad agire di concerto. Ma, se mai riuscissero a coalizzarsi, potrebbero essere domani l’ago della bilancia, in misura anche superiore a Forza Italia. C’è chi ha sostenuto (ad esempio Galli della Loggia sul Corriere) che, con l’accentuarsi della contrapposizione bipolare manifestatasi in questi giorni, il centro non ha più né tanto spazio né tanto senso. Ma resta il fatto che una porzione significativa di elettori si colloca ancora oggi su posizioni centrali: una forza politica che insistesse su quest’area disporrebbe di un significativo mercato elettorale potenziale.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino