Politica
Elezioni politiche, tornare alle preferenze per fermare le candidature calate dall’alto
C’è una riforma che vale più di tante promesse elettorali. È il ritorno delle preferenze. Da anni ci lamentiamo di una classe dirigente spesso percepita come distante, poco radicata nei territori e, in molti casi, ricordata più per il silenzio che per il lavoro svolto. Parlamentari arrivati a Roma grazie a una candidatura decisa dall’alto, senza aver mai dovuto conquistare direttamente la fiducia dei cittadini. La domanda è semplice: davvero i cittadini sceglierebbero peggio delle segreterie di partito?
La storia delle amministrazioni locali racconta spesso il contrario. Quando gli elettori possono esprimere una preferenza, premiano chi conoscono, chi lavora sul territorio, chi ci mette la faccia, chi costruisce consenso con l’impegno quotidiano e non soltanto con una firma in calce a una lista. Le preferenze non eliminano tutti i difetti della politica. Ma restituiscono una responsabilità fondamentale: scegliere le persone, non soltanto i simboli.
C’è poi un secondo tema, forse ancora più importante: l’affluenza. Milioni di italiani hanno progressivamente smesso di votare. Le ragioni sono molteplici, ma una è evidente: tanti cittadini hanno la sensazione che il loro voto incida sempre meno sulla scelta della futura classe dirigente. Se il Parlamento viene percepito come il risultato di nomine e non di selezioni democratiche, è inevitabile che crescano disillusione e astensionismo. Le preferenze possono rappresentare uno degli strumenti più efficaci per ricostruire quel rapporto di fiducia tra elettori e istituzioni. Perché quando un cittadino sceglie una persona, sente di partecipare davvero alla costruzione della rappresentanza.
Lo abbiamo visto, in parte, anche durante la recente campagna referendaria sulla giustizia. Al di là dell’esito finale, quel percorso ha avuto un merito spesso sottovalutato: ha fatto emergere una nuova classe dirigente, ha coinvolto professionisti, amministratori, magistrati, avvocati, accademici e semplici cittadini che hanno deciso di mettersi in gioco su contenuti concreti. Ha creato dibattito, partecipazione, confronto. Ha dimostrato che quando la politica chiama i cittadini a discutere di idee e responsabilità, l’interesse torna a crescere. È questa la strada che dovrebbe seguire anche la prossima campagna per le elezioni politiche. Meno candidature calate dall’alto, più competizione tra persone credibili. Meno fedeltà alle segreterie, più responsabilità verso gli elettori.
Per questo sorprende che ancora oggi ci siano forze politiche che guardano con diffidenza al ritorno delle preferenze. Naturalmente ogni partito è libero di sostenere il sistema elettorale che ritiene migliore. Ma chi considera le preferenze una minaccia dovrebbe porsi una domanda: il problema è davvero il meccanismo oppure la fiducia nella propria classe dirigente? Perché un partito sicuro della qualità dei propri candidati non dovrebbe temere il giudizio degli elettori. Al contrario, dovrebbe considerarlo il modo migliore per rafforzare la propria credibilità. Se invece prevale la paura del consenso diretto, il rischio è di trasmettere un messaggio opposto: quello di una politica che preferisce la cooptazione alla competizione.
La democrazia costa fatica. Le preferenze obbligano a studiare, a confrontarsi, a costruire consenso, a rendere conto del proprio operato. Sono certamente più impegnative delle candidature blindate. Ma sono anche infinitamente più rispettose dell’intelligenza degli italiani. La politica dovrebbe avere il coraggio di fidarsi dei cittadini. Perché, molto spesso, gli elettori hanno dimostrato di saper riconoscere il merito meglio di quanto abbiano fatto molte segreterie di partito.
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