Sala piena ieri al XVIII Congresso dell’Unione delle Camere Penali Italiane dal titolo “Cambiare la Giustizia, Cambiare il Paese: le proposte dell’avvocatura penale per una nuova stagione delle garanzie”. L’intervento più importante, quello della Ministra della Giustizia Marta Cartabia che ha parlato davanti ad una assemblea che l’ha sì applaudita, anche caldamente in un paio di momenti, ma che nei mesi passati l’aveva criticata sulla riforma raggiunta sul penale.

Per questo la Guardasigilli ha sentito l’esigenza di chiarire: «Nel testo del disegno di legge delega non c’è solo l’improcedibilità, sulla quale tanto si è accanito il dibattito pubblico, ma c’è un potenziale tutto da sviluppare e attuare, sia sugli aspetti più specificamente processuali della delega, sia su quelli che vanno a incidere sul sistema sanzionatorio, che potenziano le possibilità delle soluzioni alternative al carcere, e dove si mette in campo un’ipotesi di riforma delle pene pecuniarie, totalmente inattuate, dove si allarga il principio della particolare tenuità del fatto». Nella riforma, ha ricordato, «è previsto anche un osservatorio, un comitato tecnico scientifico di monitoraggio sui tempi della giustizia e di attuazione, perché la riduzione dei tempi del 25% in 5 anni possa essere non solo una buona intenzione ma realtà. È vero, abbiamo messo la firma su una tappa importante, ma queste riforme sono ancora tutte da attuare e verificare nella loro concretezza», ha concluso.

Prima di lei era intervenuto il vice presidente del Csm, David Ermini che ha chiesto di approvare velocemente la riforma del Csm: «Questo vostro congresso è all’indomani dell’approvazione in via definitiva della riforma del processo penale e del primo via libera parlamentare, al Senato, di quella del processo civile. E spero possa precedere di poco la riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario che sollecito ormai da due anni». E poi Ermini ha auspicato più coraggio su riti e pene alternative: «servirebbe meno timidezza da parte delle forze politiche nella direzione dei riti alternativi e dei trattamenti sanzionatori alternativi. Nella riforma al riguardo non mancano passi avanti, penso ad esempio alla giustizia riparativa e ai margini più ampi riconosciuti al patteggiamento o alla messa alla prova, ma non ancora così energici come sarebbe opportuno. Il mio personale auspicio peraltro, e da qui a fine legislatura i tempi ci sarebbero, è che si sfoltisca il catalogo dei reati con misure incisive di depenalizzazione e si recuperi integralmente la riforma Orlando dell’ordinamento penitenziario superando finalmente l’idea del carcere come unica soluzione punitiva, che è idea antistorica e ostacola la funzione che la Costituzione attribuisce alla pena. Poiché sono convinto che nella tutela della giurisdizione e dei valori costituzionali tutti debbano stare dalla stessa parte – ha aggiunto Ermini- io mi ostino a chiedere alle forze politiche di avere più coraggio e deporre le armi. La giustizia mal sopporta rivalse e contrapposizioni di bandiera, non può essere terreno di scontro politico ed elettorale. E lo stesso invito rivolgo a voi, all’avvocatura in generale, e alla magistratura: abbiamo di fronte un’occasione forse irripetibile, proprio nella fase dell’attuale governo, per il rilancio del sistema giustizia al fine di offrire ai cittadini un processo efficiente, tempestivo e rispettoso delle garanzie».

Il Presidente dell’Ucpi Caiazza non è intervenuto ieri, in quanto terrà oggi la sua relazione, ma gli abbiamo chiesto un commento sulla sentenza di appello che ha smontato il teorema della presunta Trattativa Stato Mafia: «Le sentenze si commentano leggendo le motivazioni. Ma senso è chiaro: è la smentita clamorosa di una inchiesta segnata da connotazioni che non dovrebbero mai appartenere ad una vicenda giudiziaria. Una inchiesta costruita sul pregiudiziali ideologiche e sulla pretesa di leggere la storia politica in chiave criminale: è una pretesa sbagliata, e che dà a chi opera in questo senso un potere immenso ed improprio». Ci hanno costruito carriere «non solo, anche fortune editoriali e politiche. Intorno a queste, come altre inchieste simboliche, ha preso corpo quella autentica rete mediatico giudiziaria che governa o pretende di governare di fatto il nostro Paese da molti lustri».