La prima ora è stata durissima. Una lista di interventi critici e severi del tipo «Letta ha sbagliato tutto», «il gruppo parlamentare ha perso la sua autonomia», «non si dice “trattiamo” a 48 ore dell’aula dopo che per tre mesi è stato detto e fatto il contrario», «la decisione di non trattare ha causato una sconfitta molto dolorosa». Un bagno di sangue. Alla fine del quale la capogruppo Simona Malpezzi non ha potuto fare altro che mettere a disposizione il proprio incarico. Subito respinto.

Primo perché nessuno dei presenti lo aveva chiesto. Secondo perché sarebbe troppo facile scaricare sulla capogruppo e sul papà della legge, il deputato Alessandro Zan, la responsabilità del fallimento del ddl Zan. Anche il più ingenuo degli strateghi sa che non si può affidare una trattativa a chi ha gestito e condotta la battaglia per mesi fino a quel punto (Malpezzi e Zan, per l’appunto) ma è necessario individuare nuovi mediatori. Così come è poco credibile dire “trattiamo” a 48 ore dall’aula senza idee chiare in proposito. Così Simona Malpezzi è rimasta al suo posto. Con lei anche il vice Mirabelli. Il gruppo Pd al Senato ha iniziato a capire che tocca guardare anche dentro il Pd e i 5 Stelle per capire le ragioni del fallimento del ddl Zan. Non regge più dare la colpa al solito Matteo Renzi e ai senatori di Italia viva. Semplicemente perché non tornano i conti: erano 12 i senatori di Iv presenti il 27 ottobre in aula e sono stati una trentina i voti mancanti. Almeno il doppio.

Al Nazareno sembra finita la sbornia post amministrative che in parte, anche, ha contribuito ad affossare le norme contro l’omotransfobia. Ora è a tutti più chiaro che nei prossimi mesi nessuno può bastare a se stesso, che serve dialogare con tutti e che nessuna alleanza è blindata. A cominciare da quella con i 5 Stelle. Altrimenti a gennaio l’elezione del Capo dello Stato rischia di diventare un Vietnam. Una figuraccia che l’Italia di Mario Draghi non può permettersi. Resa dei conti o chiarimento, i senatori dem sono stati convocati ieri mattina alle 8 in sala Zuccari a palazzo Madama. Orario insolito e che si spiega solo col fatto che la riunione è stata rigorosamente a porte chiuse e senza i rispettivi staff per cercare di dare massima segretezza alla riunione e ai suoi contenuti. Ed evitare la sfilata di telecamere e microfoni che fin dalla mattina si collega con i vari talk show. Poi si sa come va a finire: una parola tira l’altra ed esce la frase sbagliata che poi magari incendia tutto il dibattito di giornata. Meglio evitare.

Da qui la convocazione per una riunione supersegreta. La prima ora, hanno raccontato poi alcuni protagonisti, è stata di critiche e j’accuse. Simona Malpezzi la sera prima era andata al Nazareno per l’ultimo briefing col segretario di cui, nata renziana, è diventata poi una fedelissima. L’assemblea ha giustamente confermato la fiducia alla capogruppo. «Perché escludere – si chiede una deputata dem – che tutta questa storia dello Zan non sia stata pensata anche per sostituire la capogruppo in vista delle urne presidenziali dove saranno necessari intelligenza politica e segue freddo…».
La riunione si è aperta con la relazione della capogruppo che ha ripercorso le tappe che hanno portato al voto di mercoledì 27 ottobre e in cui è stata rivendicata la coerenza e la correttezza delle scelte fatte e condivise con la segreteria nazionale. Simona Malpezzi, in conclusione del suo intervento, ha chiesto di confermare il rapporto di fiducia tra lei e il gruppo. Fiducia concordata ma che non ha escluso alcuni interventi critici. C’è chi ne conta “solo tre su 25”. Chi ne conta qualcuno in più magari non così esplicito.

Nessun processo, dunque, anche perché – come riferisce una fonte dem – non sembra essere quello l’obiettivo dei senatori che fanno capo ad Andrea Marcucci: «Il tentativo è di tenere in fibrillazione il gruppo al Senato in funzione Quirinale» viene spiegato. «Il rischio è che si ripeta la dinamica vista sul ddl Zan anche in occasione dell’elezione del Capo dello Stato». Un processo forse no. Ma i veleni restano. Alcuni senatori sospettano che il gruppo di senatori vicino a Marcucci «si muova in coordinamento con i senatori di Italia Viva». Se così fosse, viene spiegato, «la partita per il Quirinale si farebbe pericolosa». E comunque, aggiungono le stesse fonti, «i senatori critici nei confronti della segreteria sono isolati nel gruppo».

Andrea Marcucci, tuttavia, insiste nel dire che il Pd, e quindi il segretario, hanno sbagliato strategia sul ddl Zan. «Secondo Letta il Pd non ha sbagliato nulla, e quindi il ddl Zan non è diventato legge perché siamo stati bravi» ha scritto in una nota. «Non sono d’accordo. All’assemblea di gruppo il confronto è stato franco e diretto. Un grande partito impara a riconoscere gli errori e le sconfitte. Mi auguro, insieme a molto colleghi, che per il futuro, il gruppo Pd al Senato sappia svolgere un ruolo diverso ed in grado di incidere. Per il momento chiedo scusa a tutti quelli che aspettavano da anni una legge contro l’odio e a difesa dei diritti. Cosa che dovrebbero fare tutti quelli che, insieme a me, non sono riusciti a far approvare una legge necessaria ed a portata di mano. Una occasione persa». Lega, M5s, Forza Italia non stanno bene. Neppure il Pd sta benissimo.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.