In questi anni, in particolare in questi mesi, abbiamo raccontato la crisi della democrazia rappresentativa. Gli esempi sono numerosi a partire dall’astensionismo che ha colpito, in maniera drammatica le ultime elezioni e che sempre sul Riformista Fausto Bertinotti ha denunciato come un vulnus gravissimo, che la politica continua o a ignorare o addirittura a costruire ad hoc. Ma niente, finora, è stato altrettanto forte nel raffigurare la crisi della rappresentanza delle immagini che sono arrivate ieri dal Senato: l’affossamento del ddl Zan, l’esultanza da stadio del centrodestra per aver architettato la strategia della tagliola e aver mandato in soffitta la normativa contro l’omotransfobia, le accuse reciproche, le ambiguità.

Dall’altra parte non c’è questo o quel partito (come si vuole far credere) ma un movimento che sperava di vedere approvata la legge, che lo chiedeva e che in quella battaglia si riconosceva. È questo quello che non torna, è questo che il Parlamento ha ignorato: che quella legge rispondeva a una soggettività composita, molto forte, che ieri si è sentita tradita, lontana anni luce dal Palazzo che la dovrebbe rappresentare. La discussione è feroce e va avanti da mesi. Il centrodestra era contrario alla legge, nel centrosinistra c’erano invece varie istanze: chi era convinto che andasse cambiata per trovare una mediazione con Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia – posizione portata avanti in particolare da Italia viva – e il Pd che non proprio compatto ha invece sostenuto fino all’ultimo la proposta Zan. Secondo alcuni un suicidio.

Ma è davvero così? La mediazione che era sul tavolo era quella che cancellava la dicitura sull’identità di genere. Non dava fastidio che si punisse l’omotransfobia, ma che si affermasse con forza un concetto chiave per rompere il dualismo alla base delle forme di discriminazione. È questo che ha fatto paura e questo che si vuole cancellare: il pluralismo, la possibilità per tutti i soggetti esistenti (perché esistono!) di essere riconosciuti. Si è sentito dire che parlare di identità di genere avrebbe rovinato la famiglia tradizionale, che avrebbe instaurato una dittatura del politicamente corretto. Ma nessuno ha mai spiegato come e perché se si apre al riconoscimento di tutte le identità si dovrebbero negare quelle già esistenti, nessuno ha spiegato perché l’affermazione della molteplicità dovrebbe affossare la libera scelta di chi si riconosce nella tradizione, nella norma.

Il ddl Zan da legge esclusivamente punitiva nei confronti dell’omofobia – che rientra in quella tendenza negativa che vuole conquistare i cambiamenti sociali attraverso la galera – inserendo il concetto di identità di genere ha aperto un’altra prospettiva: di battaglia culturale, sociale, anche filosofica. È per questa ragione che una parte – minoritaria – del femminismo era contraria alla legge: contrarietà che è stata usata in più occasioni per dire che il femminismo non voleva l’approvazione della legge Zan. Anche questa “diceria” va chiarita. Solo una parte del movimento delle donne, che non caso ama parlare di femminismi e non di femminismo, è in disaccordo con il concetto di identità di genere, lo stesso concetto che del resto è stato usato anche nella Convenzione di Istanbul su cui ancora oggi si basa la battaglia contro la violenza sulle donne. Queste istanze vivono ancora più forti di prima nella società. È importante continuare a portarle avanti per dare speranza e fiducia a quelle persone che non si sentono tutelate, che non si sentono rappresentate, che ancora oggi subiscono violenza per quello che sono.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica