La fatwa di Enrico Letta dopo il no a Zan (“Mai più con Italia Viva”) rischia di affondare il “campo largo” del centrosinistra prima ancora di vederlo nascere. Se presa sul serio, rimettere in gioco gli equilibri per il Quirinale, oltre a un certo numero di amministrazioni locali. Se riportata a semplice sfogo, rivela il livello di tensione tra coloro che del Nuovo Ulivo dovrebbero essere i fondatori. Dietro le quinte vi sarebbe l’arma segreta di una legge elettorale volta a tarpare le ali dei più piccoli con un maggioritario mascherato.

Una legge che monterebbe sul proporzionale una soglia di sbarramento alta: “Superiore al sei per cento”, rivela una fonte del Pd al Riformista. Uno scalino insormontabile per Italia Viva a meno che non sappia produrre una novità vera e propria, non solo una lista unica con Azione di Calenda e Più Europa di Della Vedova. I tre soggetti – che non si risparmiano i fendenti via Twitter – si incontreranno a Roma tra una settimana per discuterne. E tra due settimane a Firenze riparte la kermesse renziana della Leopolda, dedicata al progetto unitario di Renew Italia. Il riavvio di rapporti con i Dem appare oggi difficile. Lo strappo con Italia Viva nulla ha a che vedere con la costruzione del “campo largo di centrosinistra”, una “costruzione dal basso, che va avanti attraverso il lavoro delle Agorà democratiche”, come viene spiegato dal Nazareno. Insomma, non una somma di sigle, ma qualcosa di più profondo che si innerva nella società e comprende le forze progressiste, riformiste e liberali.

Forze che, come spiega una autorevole fonte parlamentare del Partito Democratico, “Non si possono confinare nel perimetro stretto della rappresentanza di Italia Viva sul territorio nazionale, con tutto il rispetto. Anche chi guarda e commenta questo processo dovrebbe uscire dall’approssimazione secondo cui ‘o con Renzi o niente’. Lo schema e’ quello del Nuovo Ulivo da costruire con il mondo moderato e liberale che non si esaurisce certo in Italia Viva”. Il segretario del Pd specifica: “Io lavoro sempre in una logica di centrosinistra inclusivo, vincente. Semplicemente, è stato un momento di chiarimento importante”, spiega Letta a chi gli chiede di riassumere quel che è successo con il voto segreto del Senato. Non ne è convinto il senatore dem Andrea Marcucci: “Bisogna essere coerenti. Se si dice campo largo, poi il campo non può restringersi improvvisamente. Per la sfida del Quirinale, e per vincere le elezioni, serve il consenso più alto possibile”, twitta Marcucci. In allarme anche il sindaco di Bergamo Giorgio Gori: “Far discendere il perimetro del centrosinistra e le future alleanze dal voto sul ddl Zan a me pare un errore. Per noi più che per gli altri”.

Eppure, in queste ore, esponenti di Base Riformista, area del Pd a cui guardano anche Marcucci e Gori, non esitano a condannare le ricostruzioni che attribuiscono al Pd la responsabilità di aver provocato l’affossamento del ddl Zan. È netta Simona Malpezzi, presidente dei senatori dem, per la quale “i renziani hanno indebolito il ddl Zan prima ancora del voto sulla ‘tagliola’ nell’Aula del senato. È evidente che c’e’ stato il tentativo della prova generale sul Colle”. Il riferimento – complice un pranzo di Renzi con il forzista Gianfranco Micciché a Firenze – è alle voci che vorrebbero il leader di Iv pronto a sigillare il patto con il centrodestra per l’elezione del Capo dello Stato. Quasi una verità che si autoavvera, a giudicare dalla foga con cui dal Pd cercano di spingere Iv nell’alveo della coalizione tradizionalmente avversa. “Enrico Letta sta facendo tutto da solo. Fa affondare Zan e poi affonda il suo stesso progetto dei riformisti in campo largo”, sintetizza per il Riformista il vicepresidente della Camera, Ettore Rosato. Che poi aggiunge: “Siamo in maggioranza con tanti sindaci e tanti governatori, decida Letta se vuole mettere tutto in discussione. Scaricare su di noi la responsabilità del suo partito per la legge Zan vuol dire che cercava solo lo scontro con noi”.

L’artefice del Rosatellum non dà per certe le notizie che vedrebbero Letta al lavoro per una legge elettorale capace di falciare di netto i cespugli – alla faccia del Nuovo Ulivo! – e fare del Pd l’asso pigliatutto del centrosinistra. “Che io sappia nessuno sta lavorando a nulla”, ci dice Rosato. “O meglio: il Pd sta lavorando a leggi elettorali a corrente alternata, ma è chiaro a tutti che se ne parlerà dopo aver eletto il nuovo presidente della Repubblica”, conclude il coordinatore nazionale di Iv, convinto forse che un inquilino centrista al Quirinale favorirebbe un ritorno al proporzionalismo puro. “Il centro è una categoria evanescente”, mette in guardia il deputato dem Andrea Romano. “Italia Viva scelga piuttosto da che parte stare tra destra e sinistra. E scelgano anche Carfagna e Brunetta: la presa sovranista sulla destra è molto forte. Berlusconi – è il ragionamento del portavoce di Base Riformista – aveva realizzato un collegamento che teneva in equilibrio destra moderata e radicale. Oggi bisogna scegliere e in questo scenario Iv non può pensare di non dire mai da che parte stare. Puoi dirlo – concede – ma gli elettori non capiscono. Né si intravede la sintonia necessaria tra un solitario rissoso come Calenda e Renzi”. “Dunque, prosegue Romano, scelga Iv se stare con il Pd o contro; spero che quella intrapresa da Iv non sia una strada senza ritorno”.

Anche se a minare quella strada potrebbe essere la riforma elettorale: “la legge proporzionale cui stiamo lavorando vede una proporzionale con soglia di sbarramento alta. Quanto alta? Ancora non siamo ai numeri”. Rimangono sul piatto le alleanze locali. Per IV Marietta Tidei è in maggioranza, nel Lazio, dove governa la Giunta Zingaretti. In quella Toscana in cui Giani ha vinto con il contributo di Italia Viva il vice presidente dell’assemblea regionale è il senese Stefano Scaramelli, di Iv. A Milano c’è Alessia Cappello come assessore al lavoro. A Napoli il partito di Renzi ha sostenuto il sindaco Manfredi. A Roma lo stesso Matteo Renzi si è speso al ballottaggio per Gualtieri, invitando pubblicamente più volte i suoi a sostenere il candidato sindaco del Pd. “Anche Pci e Psi erano alleati sui territori e avversari alle Camere”, taglia corto Romano. E il campo largo diventa così, politicamente, un camposanto.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.