I numeri sono impietosi. 109 femminicidi dall’inizio dell’anno (+8%), 89 vittime di violenza ogni giorno, e quei casi di donne che vengono uccise dove aver sporto denuncia, dopo cioè aver creduto nelle istituzioni. Ogni anno, in occasione della giornata mondiale sulla violenza contro le donne il bilancio è drammatico e scoraggiante. Ma ancora più scoraggiante è leggere sempre le stesse reazioni: l’annuncio di nuove norme, quando basterebbe applicare quelle che già esistono.

Per esempio la custodia cautelare che viene usata spesso a sproposito, come strumento per anticipare la pena o per estorcere delle confessioni, o anche peggio per mandare qualcuno in galera a uso e consumo dei media. Quando invece servirebbe, non viene usata. E sicuramente salverebbe la vita di tante donne se quando denunciano, venisse applicata. Il rischio della reiterazione del reato non è uno dei motivi per cui il magistrato può decidere di adottare questa misura? E perché non lo fa? Non perché la legge non sia chiara, o perché servano nuove specifiche, ma perché viene applicata male e viene applicata male perché è una questione di formazione, di specializzazione, infine culturale. La maggior parte delle toghe non ha infatti gli strumenti necessari per capire come agire, ignora il fenomeno e se pensa che qualche botta fa parte delle normali dinamiche famigliari, non è la soluzione del problema ma è parte integrante, grave, del problema.

La politica sceglie invece sempre la solita tiritera populista di annunciare nuove norme, nuove leggi, nuovi reati. Ma basta! Sembra davvero il bla bla bla sull’ambiente che Greta Thunberg ha rispedito al mittente auspicando impegni concreti e radicali. Non c’è tempo da perdere, ha detto. E non c’è tempo da perdere neanche contro la violenza sulle donne. Da anni si chiedono interventi molto chiari ed efficaci, a partire da quello fondamentale dei soldi ai centri antiviolenza che invece continuano a soffrire. Non solo dovrebbero avere i finanziamenti in maniera regolare ma dovrebbero averne molti di più. Accompagnano le donne nella prima fase in cui fuggono dall’uomo violento, e poi in quella fase altrettanto delicata in cui si punta sull’autonomia, su quella che per molte è una nuova vita: città, casa, lavoro. Ecco che cosa serve. Inutile girarci intorno. Possibile che ci siano soldi per tutto e non per una questione così importante come la vita di tante donne. Possibile che ogni volta si sia costrette a ripetere le stesse cose.

I centri antiviolenza sono presidi concreti, gli unici che finora hanno potuto davvero dare aiuto. A loro non solo dovrebbe andare il nostro grazie, ma il nostro supporto perché venga riconosciuto fino in fondo il ruolo che già svolgono in sintonia con la Convenzione di Istanbul. L’altra sfida da portare avanti è quella culturale, quella che va a scavare nel rapporto tra i sessi, all’origine della violenza come ha scritto ieri sul Riformista Lea Melandri. È una sfida difficile e viene perlopiù ignorata. Ma le diverse dimensioni devono procedere parallele: prevenzione, protezione e cambiamento profondo della relazione uomo donna. C’è ancora tanto da fare e le scuole possono essere il centro di questa sfida scommettendo sull’educazione sentimentale e di genere di bambini e bambine, aprendo al racconto delle diversità, a quella rottura degli schemi rispetto all’identità sessuale che era la parte migliore e più osteggiata del ddl Zan.

Non si può isolare il tema della violenza sulle donne pensando che il problema sia intervenire dopo, sempre dopo, a volte troppo tardi. Porsi il problema di arginare il fenomeno non può che essere la prima domanda, la prospettiva più importante. Ma per fare questo si dovrebbe smettere di usare sempre la solita risposta, il solito bla bla bla.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica