La tragedia del Ponte Morandi, nella quale hanno perso la vita 43 persone, è stata il banco di prova di una serie di snodi fondamentali della vita pubblica italiana: la capacità del governo di prendere tempestivamente i provvedimenti più opportuni, la capacità della mano pubblica di esercitare i suoi poteri di controllo, la capacità di ricostruire in tempi brevi il ponte, costituendo esso un elemento fondamentale del sistema viario italiano, etc. Su alcuni versanti la risposta è stata del tutto deludente, su altri migliore. Vi è un versante nel quale la risposta è stata eccellente: esso riguarda gli uffici giudiziari e i parenti delle vittime.

Nonostante la dimensione della tragedia, gli uffici giudiziari si sono posti con grande cautela, nel più rigoroso rispetto delle regole di procedura, svolgendo una attività, per quello che ha riferito la stampa, esclusivamente rivolta alla ricostruzione dei fatti, senza alcuna inutile esposizione mediatica. Le dichiarazioni, poche, rilasciate all’epoca dal Procuratore della Repubblica di Genova erano rigorosamente ispirate all’esigenza di difendere la serietà dell’indagine giudiziaria dalle pressioni mediatiche. Anche il Comitato dei Familiari delle Vittime si è sempre distinto per la grande sobrietà delle dichiarazioni e per un autentico atteggiamento di fiducia nel corso della giustizia, in quanto non segnato dal tentativo di condizionarne gli sviluppi. Insomma, nella tragedia, uno sviluppo degli aspetti giudiziari da paese civile.

All’improvviso, nei confronti di tre ex top manager di Autostrade, tra cui Giovanni Castellucci, che ne è stato amministratore delegato, sono scattati gli arresti domiciliari. La misura è stata adottata non già nell’ambito della inchiesta che riguarda il crollo del ponte Morandi, bensì nell’ambito di una inchiesta parallela, che riguarderebbe la messa in opera di barriere fonoassorbenti risultate poi pericolose. Secondo una nota diffusa dagli inquirenti, vi sarebbero numerosi e gravi elementi indiziari e fonti di prove, che darebbero conto della consapevolezza da parte degli arrestati della difettosità delle barriere, del potenziale pericolo per la sicurezza pubblica, dell’esistenza di difetti progettuali e dell’utilizzo di materiali inadeguati per l’ancoraggio a terra. Si tratta, evidentemente, di elementi di merito su cui non vi è alcuna possibilità oggi di esprimersi e che dovranno essere oggetto di accertamento nel giudizio.

La questione che tuttavia inevitabilmente si pone è se l’adozione di una misura cautelare abbia oggi fondamento, nel momento in cui viene a essere adottata nei confronti di soggetti, che sono ormai al di fuori della gestione della società in cui sarebbero stati commessi gli illeciti. Le prime informazioni dànno conto della circostanza che la misura sarebbe stata adottata per evitare il rischio della commissione di ulteriori reati dello stesso tipo e per evitare l’inquinamento delle prove. L’esistenza di un rischio di ripetizione dei reati appare davvero poco convincente, nel momento in cui i tre manager sono ormai fuori dal Gruppo di cui fa parte Aspi. In assenza di prove specifiche di una loro effettiva perdurante presenza con poteri decisionali nel settore delle autostrade, appare una mera formula di stile, che come tale non può legittimare, ove si voglia rispettare la legge, la misura restrittiva della libertà.

Anche per quello che concerne il pericolo di inquinamento delle prove, non può trattarsi di un pericolo meramente astratto, ma sarebbe necessaria la concreta esistenza di tentativi in atto di inquinare i fatti. Circostanza della quale si può dubitare nel momento in cui sembra acquisita una massa di prove, ormai cristallizzate, attraverso il sequestro di documenti, l’esame di testimoni e l’effettuazione di registrazioni telefoniche. Inevitabile, allora, chiedersi se non si sia in presenza di una misura legata, sul piano morale, anche al giudizio di riprovevolezza maturato in relazione alla tragedia del crollo del ponte. La portavoce del Comitato Familiari Vittime del ponte Morandi ha commentato la notizia, affermando, tra l’altro, di essere “molto emozionata”. È una dichiarazione più che comprensibile sul piano umano e nella dimensione emotiva e morale che la tragedia del crollo evoca. Essa, peraltro, conferma la legittimità del dubbio circa l’esistenza di un nesso tra la vicenda del crollo e la misura adottata. Ma se un nesso del genere esistesse, va detto forte e chiaro che sarebbe contro il diritto.