Tra chi svela una di quelle verità che sono sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno ama sentire nominare, sia pure per ragioni diverse, e chi riesce, volontariamente o meno, a nasconderla ancora una volta dietro un giudizio di apparente buon senso, si può stare certi che la condanna unanime cade sull’incauto rivelatore di una “oscenità”: letteralmente, di “ciò che è fuori scena” e che là si vorrebbe restasse. Nonostante che l’idea di “separare” i giovani da chi ha più di cinquant’anni, per evitare un lockdown che “avrebbe conseguenze socio-economiche devastanti”, sia venuta a economisti come Pietro Ichino, prima ancora a che al presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, è stata la sua sprovveduta definizione degli anziani, i primi a morire di coronavirus, come “non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese”, a sollevare le ire dei social e a imporre al dibattito pubblico il problema di quale generazione si debba salvare.

In altre parole, a fronte di uno svelamento che evidentemente è mal tollerato da tutte le forze politiche e da cittadini smarriti dalla paura del contagio e dall’inefficienza a fronteggiarlo da parte di chi li governa, hanno preso il sopravvento quelle “acque insondate della persona” (Rossana Rossanda) che hanno più direttamente a che fare coi corpi e il loro destino biologico. «I nostri figli e nipoti – ha scritto Chiara Saraceno su Repubblica il 2 novembre – hanno già pagato un prezzo fin troppo alto per questa pandemia. Nella primavera scorsa sono stati chiusi in casa, hanno fatto lezione a distanza, hanno rinunciato alla socialità per proteggere noi, gli anziani. Adesso basta. È la mia generazione che deve fare un passo indietro. Possiamo limitare la nostra libertà, se questo vuol dire lasciare le scuole aperte e permettere ai bambini e ai ragazzi di vivere la loro giovinezza».

La vita e la morte, il sacrificio di sé e l’egoismo, il passato e il futuro, la virtù e la colpa, sono le categorie etiche che, tenute da sempre lontane dalla politica e, più in generale dal contesto storico in cui si vive, tornano in campo quando le istituzioni della sfera pubblica entrano in fibrillazione, e il disastro che hanno alle spalle rischia di prendere una visibilità inattesa, portatrice di cambiamenti difficilmente controllabili. Accanirsi contro la “battuta disumana” di Toti, pretenderne le scuse e tacere sulla insensatezza di chi pensa di combattere il contagio isolando una generazione o l’altra, decidendo di chiudere in casa genitori e nonni o, in alternativa figli e nipoti, vuol dire mettere un grottesco paravento a copertura di altre ragioni di conflitto. Se non fosse diventata forzatamente una seconda “natura”, non sarebbe così difficile riconoscere che la produttività economica è il valore prioritario del sistema dominante, patriarcale e capitalistico, lo stesso che ha considerato “improduttivo” il lavoro domestico e di cura gratuito – “dono d’amore” – del sesso destinato a conservare la vita, restando fuori dal governo del mondo, e cioè le donne.

Verrebbe da dire, brutalmente, che si possono perdere vite di cui ormai si misura solo il peso che hanno sul sistema previdenziale, sulla sanità, sul bilancio delle famiglie, mentre vanno salvaguardate le attività che incrementano l’economia del Paese, fondate sullo sfruttamento di molti e il profitto di pochi, sulla devastazione della natura e la desertificazione delle relazioni umane. Per capire quanto sia falsa e immiserente la contrapposizione “mors tua, vita mea”, applicato alle differenze generazionali, basterebbe pensare a quel rivolgimento delle coscienze, e perciò anche delle categorie della politica, che è stato il Sessantotto, una “dissidenza giovanile” capace di guardare oltre le sue biografie e di aprire nuove prospettive antropologiche all’umano preso nella sua interezza. A saltare per primi furono allora i confini tra biologia e storia, corpo e pensiero, individuo e società, sessualità e politica, femminile e maschile.

Le esperienze essenziali dell’umano, tra cui la nascita e la morte, la malattia, l’invecchiamento e la dipendenza, mentre prendevano finalmente cittadinanza nella storia e nella cultura, cambiavano anche le logiche di potere, sottomissione e sfruttamento che passano attraverso i ruoli famigliari. Divenne evidente non solo l’indispensabilità che aveva sempre avuto, come aggregato della grande economia, il lavoro non riconosciuto come tale delle donne negli interni domestici, ma anche la cura come responsabilità collettiva. Da allora, insieme a nuove libertà sono venute purtroppo ricomparendo divisioni, confini, irrigidimenti identitari, ritorno a gerarchie note di potere e di valore.

Si potrebbe leggere in questo senso anche l’idea di confinare nell’interno di una casa chi ha un’età avanzata, qualunque siano il suo stato di salute, le sue passioni, le sue abitudini, di farne oggetto di protezione e controllo, non diversi da quelli che vengono riservati ai bambini. «Siamo tutti troppo concentrati a sopravvivere – ha scritto Alberto Asor Rosa su Repubblica del 2 novembre – per dare importanza a valori che vadano oltre questo. È come se l’urgenza biologica avesse schiacciato tutte le altre ragioni, sociali e culturali». Se per Asor Rosa è soprattutto la memoria, il passato e la sua preziosa eredità a sparire nell’immaginario collettivo insieme alla “chioma bianca”, per le donne è come se si cancellasse anche il percorso che le ha viste comparire come “soggetti imprevisti”, insieme ai giovani, sulla scena pubblica cinquant’anni fa.