Il premier Conte riceve – per siglare la pace – il governatore siciliano Musumeci e il sindaco di Lampedusa, Martello, quando Palazzo Chigi è stato appena liberato da un chiassoso assedio. I manifestanti si sono materializzati all’improvviso, senza fare troppa strada: deputati leghisti usciti dal portone accanto. La piazzata coglie alla sprovvista, due parlamentari guadagnano l’ingresso del cortile. Dentro, nello studio del presidente del Consiglio, la ministra dell’interno Lamorgese e il ministro dell’economia Gualtieri, ormai plenipotenziario Pd, ticchettano con le dita sul faldone che aspetta di essere squadernato. Pagine in cui si decreta che l’impatto migratorio corrisponde a quello di un terremoto, e le concessioni ai territori devono essere le stesse. Pace fiscale, sicurezza, controlli, incentivi.

Di che gioire, insomma. Ma il governatore Musumeci è rigido: «Ribadisco le mie posizioni, non mi aspetto molto da questo incontro», dice salendo lo scalone monumentale. Poco prima, il premier Conte è sfuggito a un altro agguato, stavolta nel segreto del voto di fiducia. Che è stata votata, sì. Ma ventotto deputati M5s non gli hanno dato il voto e si sono allontanati alla chetichella dall’aula della Camera. Tra loro, emerge dai tabulati degli uffici, figurano diversi firmatari dell’emendamento che puntava a sopprimere la norma sul rinnovo dei vertici dei servizi segreti. L’incidente probatorio fotografa mandanti, esecutori e movente. Una fronda organizzata, che torna all’attacco del premier deliberatamente. E basta poco per ricollegare i nomi che si leggono (Mattia Fantinati, ex sottosegretario non riconfermato; Giulia Grillo, ex ministra non riconfermata) alla pattuglia fedele a Vito Crimi e a Luigi Di Maio. Insofferenti verso il leaderismo del premier, a cui Casalino suggerisce da due settimane un prudente silenzio, ma soprattutto scettici sulla strategia dell’alleanza strutturale con il Pd. Certi, anzi, che l’elettorato pentastellato alligni tra le pieghe apolidi di moderati e conservatori piuttosto che a sinistra.

La fiducia sulla proroga dello stato di emergenza apre la crepa dei Servizi, una carta sempre tagliente. E se l’allarme fiducia – pur maldestramente – rientra, torna però il fantasma della ‘manina’ sugli emendamenti. La mano invisibile lascia sempre il segno, soprattutto nei momenti di caos. Mentre i sospetti agitano le acque nel governo, una nuova fronda nasce dalla pancia del Movimento. Ancora una volta in Sicilia, dove l’onorevole Piera Aiello ha appena rassegnato irrevocabili dimissioni dal partito e dal gruppo parlamentare, «delusa da chi non rappresenta più le idee di Casaleggio». Sono più numerosi i parlamentari siciliani grillini Simona Suriano, Roberta Alaimo, Maria Lucia Lorefice, Vita Martinciglio, Luciano Cantone, Eugenio Saitta, Valentina D’Orso, Filippo Perconti, Filippo Scerra e Paolo Ficara mettono il loro dissenso nero su bianco, varando una piattaforma di proposte sull’immigrazione. Nello specifico i parlamentari «apprezzano la gestione del governo Conte – spiegano con una captatio in una nota – ma chiedono soluzioni di lungo periodo per affrontare gli sbarchi che, come in ogni stagione estiva, si fanno frequenti in Sicilia».

«L’attuale contingenza migratoria – dicono i parlamentari pentastellati – dovuta all’instabilità del nord Africa e in particolare della Tunisia ha messo a dura prova la nostra isola: serve un piano per fronteggiare il fenomeno migratorio con programmazione e per non mettere in sofferenza le nostre comunità locali. La Sicilia è il primo approdo del Mediterraneo e servono soluzioni di lunga gittata – continuano -. Chiederemo strutture adeguate, così come le navi per la quarantena, per effettuare i dovuti screening sanitari ai migranti che sbarcano. Accanto a ciò servirà una struttura burocratica e giuridica snella che possa distinguere i richiedenti asilo dai migranti economici. I primi così verranno instradati per la richiesta di protezione umanitaria, mentre per i secondi dovrà essere chiesta una ricollocazione immediata nelle varie regioni italiane lavorando al contempo per il coinvolgimento dei Paesi europei. Non può essere di certo la Sicilia – concludono – a pagare le negligenze dell’Europa». La sicilianizzazione del conflitto interno al Movimento non distolga: si tratta pur sempre di deputati che rimpiangono l’alleanza con Salvini e che mandano più di un segnale di insofferenza, parlando il linguaggio che Casaleggio sa ben decriptare. Lamorgese, c’è da scommetterci, userà la trasferta istituzionale di oggi a Palermo, dove ricorderà Carlo Alberto Dalla Chiesa, per far sentire la voce del Viminale. Curioso che proprio mentre i leghisti la contestavano sotto Palazzo Chigi, la ministra abbia incassato il plauso di Gasparri, Forza Italia.

Sullo sfondo, la proiezione del 21 settembre, a sera. Le regionali – al netto di sorprese toscane – potrebbero finire 4-3 per il Pd, privo di reale sostegno dai cinque stelle. Al Movimento non rimarrebbe che la bandiera del referendum, unico risultato che Di Maio può sperare portare a casa (con numeri sempre più ridotti). E si aprirebbe la strada, accennata dietro le quinte da Matteo Renzi, del dopo-Conte, con un governo tecnico dalla maggioranza variabile, beneficiario della non ostilità di parte del centrodestra, come par di cogliere da ambienti vicini a Giancarlo Giorgetti e ad Antonio Tajani. Il Cavaliere ha tempo per riflettere sulle prossime mosse: risultato positivo al tampone, ma asintomatico, dovrà stare a casa in quarantena. Renzi è stato il primo a formulargli gli auguri: “Torna presto in campo, Presidente”.