Chissà se ad urgenza di cronaca passata, quando con certezza si saprà finalmente se è basata su un documento autentico o contraffatto la notizia dei 3 milioni e mezzo di euro spediti dal Venezuela a Gianroberto Casaleggio data per verificata dal quotidiano spagnolo Abc – interessante sarebbe sapere quanto tempo ci vuole a ricevere dalla Spagna l’originale del foglio pubblicato come documento degli archivi della direzione generale intelligence militare di Caracas e quanto tempo serve per analizzarlo – chissà se almeno allora, dicevamo, si potrà serenamente ammettere che per una botta di fortuna e per puro caso i Cinque stelle, un anno e mezzo fa, azzeccarono la posizione, seppur odiosa, su Guaidó. Fu culo, certo. Basta rileggersi le impettite dichiarazioni sul caso del sottosegretario agli esteri Manlio Di Stefano e affini per capirlo. Quello di Juan Guaidó è un golpe, lasciavano intendere. Gli chiedevano quindi: siamo con Maduro? «Bisogna andare al percorso politico» (Di Stefano, la 7).

Fu, il loro, un penoso nascondersi dietro un vago principio di non ingerenza citato a sproposito. Ma ci azzeccarono. Perché Guaidó s’è rivelato non soltanto del tutto disinteressato a smarcarsi dai poteri di ultradestra che l’hanno creato e messo in piazza a Caracas il 23 gennaio 2019 ad autoproclamarsi presidente ad interim con una mano sul cuore, ma anche del tutto incapace di usare quel ruolo, e il consenso internazionale raccolto, per riuscire a combattere il regime di Maduro con qualche efficacia. Ricevuto in poche settimane un riconoscimento per nulla scontato da mezzo mondo, Guaidó ha avuto tutto l’agio e tutto il tempo di usare quella manna dal cielo per far fruttare il capitale politico dell’enorme insofferenza popolare verso Maduro. Che non ha, secondo quanto assicurano in sincerità (e in off) molti interni al regime, un consenso superiore al 20%.

Guaidó non l’ha voluto e non l’ha saputo fare, attento com’era e com’è ad eseguire buono buono gli ordini strampalati in arrivo da Bogotà e dai temerari del partito repubblicano della Florida che notoriamente, da Cuba in giù, non brillano per iniziative efficaci. Guaidó ha dimostrato di non saper andare oltre il marchio di fabbrica che aveva stampato in faccia fin da quel 23 gennaio: creatura di Leopoldo López, estrema destra golpista caraqueña, lanciato alla ribalta da un accordo tra i falchi del Dipartimento di Stato statunitense e il mondo politico colombiano satellite del potentissimo ex presidente Alvaro Uribe. Perché scelsero Guaidó? Perché aveva il faccino perfetto a presentarlo come l’Obama tropicale e soprattutto perché il suo capo, l’abilissimo Leopoldo López -pericolosa testa pensante dell’antichavismo di destra radicale – non poteva presentarsi ancora in prima persona. Tutto ciò i Cinque stelle l’hanno saltato a pié pari, impegnati com’erano a ripetere il Bignamino della politica estera impartito loro una volta catapultati in Parlamento dall’azienda Grillo-Casaleggio.

Si sono trincerati dietro una malintesa equidistanza vaticana, come se avesse qualche senso paragonare il compito di un partito di governo a Roma con quello della delicatissima missione bergogliana che delle mediazioni in punta di piedi in America latina è maestra. Che il Venezuela lo conosce alla perfezione perché Parolin di quel regime (e di quell’opposizione) sa moltissimo. E che con gli scampoli del regime chavista sta attenta ad applicare la stessa regola aurea che ha sempre applicato col castrismo: mai affrontare con durezza l’interlocutore che, come insegna Cuba dal ’59 ad oggi, reagisce chiudendosi a riccio. Piuttosto procedere a piccoli passi, aprire spirargli, non chiuderli, mai provocare il regime.  I Cinque stelle si sono nascosti allora dietro iniziative altrui spacciandole per proprie, come la mediazione messicano-uruguayana, morta in partenza. Straparlavano di Gruppo di contatto senza saper spiegare né cosa fosse né a cosa potesse servire.

Cosa era successo a Caracas prima che spuntasse Guaidó in piazza? Era successo che López, agguerrito eterno candidato a capeggiare la rissosissima opposizione di destra venezuelana, era riuscito due anni fa a spiazzare la concorrenza per la leadership riuscendo anche a far schierare in favore di Guaidó tutti quelli disposti allora a manifestare contro Maduro. La reazione del regime alla sfida di piazza fu feroce: omicidi, arresti, rastrellamenti di quartiere, torture. I Cinque stelle, che si riempivano la bocca di “solidarietà al popolo venezuelano” se ne sono fregati altamente. La reazione chavista nei confronti di Guaidó è stata molto più accorta. Inizialmente blocco dei conti, divieto d’espatrio, poi violato senza conseguenze, e l’intimidazione classica alla cubana: la polizia speciale che si affaccia nella casa di famiglia a chiedere informazioni sulla moglie. Il solito tetro teatro dell’intelligence cubana che comanda su tutto a Caracas, innanzitutto su Maduro. Scuola sovietica.

Il tempo giocava a favore del regime. E il regime ha saputo usarlo. Maduro è ancora lì, galleggia nella guerra tra bande militari dentro il governo finché qualcuno di loro non gli chiederà di farsi da parte perché si dirà non più in grado di garantirgli l’incolumità. L’antidroga statunitense scatenata scova tutti i capi di imputazione possibili per Maduro e per i suoi cari, eppure lui resta in sella. Ostaggio dei suoi generali, ma pur sempre seduto nell’ufficio della presidenza della repubblica. Tanto che Donald Trump venerdì in un’intervista non ancora smentita s’è detto non solo “disponibile ad incontrarlo”, ma anche stanco di Guaidó, scaricato malamente. “Non m’ha mai convinto”, piaceva ad altri. L’ha liquidato così. Nel frattempo a Caracas la surrealtà quotidiana supera ogni fantasia. Covid a parte, si può morire per una infezione ai denti. Ci sono periodi in cui gli antibiotici sono introvabili anche al mercato nero e ci si cura solo col paracetamolo. Il prezzo dello stallo drammatico di un regime che scricchiola ma non cade lo pagano i poveracci che non possono emigrare. Perché chi poteva se ne è andato, tantissimi chavisti della prima ora sono ora altrove: e lo pagano alcuni testardi che potrebbero andarsene ma non vogliono. “Yo de aquì no me voy”, “che se ne vadano loro”, rispondono quando gli si chiede come mai stiano ancora lì a combattere con i telefoni sotto controllo, gli agenti sotto casa e i dollari da racimolare per comprare qualsiasi cosa.

Loro, quei venezuelani contrari al regime ma ostili per principio alle iniziative dell’opposizione drammaticamente in mano alla banda López che gli ha sempre sparato addosso, di Guaidó hanno diffidato dal primo istante. Vedremo, hanno detto da subito. Noi purtroppo stiamo stretti tra un regime di trafficanti e un’opposizione che è e resta una opposizione fascistoide e razzista, dicevano e dicono ancora. Guaidó non ha saputo mobilitare in suo favore il popolo dei ranchos, le baraccopoli costruite che dominano Caracas dall’alto, fattore fondamentale degli ultimi cinquant’anni di politica venzuelana. Non li ha mossi non perché il regime, pur con infinite ruberie, riesca tuttora a sfamarli. Sì, gli dà due pacchi di riso, ma li arresta pure, li tortura, li perseguita. Numerose sono state le sommosse tentate contro Maduro in quartieri popolari ed antichavisti. Numerose e silenziate con la repressione immediata grazie all’abilità acquisita dal regime nel soffocare sul nascere qualsiasi rivolta. Le cellule di attivisti seminate ad ogni angolo di strada, sull’esempio dei Comitati di difesa della rivoluzione cubani (vicini occhiuti e spioni che fanno le veci di agenti di polizia) sono una delle poche cose funzionanti a Caracas.

Non per nulla della loro costruzione se ne è occupata l’Avana. Funzionano per distribuire aiuti, per controllare capillarmente la città, e per segnalare, isolare, far arrestare o meglio ancora scoraggiare i dissidenti. Non risulta la preoccupazione dei Cinque stelle per questa parte, copiosa, dell’”amato popolo venezuelano”. Andrebbe chiesta spiegazione di questo ai Cinquestelle, più che della delusione da loro suscitata nei rappresentatanti della comunità italiana in Venezuela. Che è schiacciata su posizioni golpiste da quindici anni, come la chiesa cattolica fino all’elezione di Bargoglio d’altra parte.

Ai grillini alle prese con equilibrismi impresentabili a Caracas, va però per onestà dato atto d’averla indovinata quando non hanno riconosciuto Guaidó. Improbabile l’abbiano fatto perché sapevano d’essere stati pagati nove anni prima tre milioni e mezzo di dollari. Il che non vuol dire che quei soldi, anche qualora il documento pubblicato da Abc si dimostrasse falso (costruito da altri servizi per tentare di provare una informazione certa), da Caracas a Milano non siano arrivati davvero. Magari non nelle tasche del partito, ma arrivati.