Che parlasse di giovani borghesi o di rampolli dell’aristocrazia, di coppie annoiate o di intellettuali di sinistra, Maselli nei suoi film poteva essere tagliente, ma non era mai perentorio. I suoi protagonisti si mostravano sempre preda di incertezze, dubbi, conflitti. Andare o non andare, coinvolgersi o restare in una comoda situazione di privilegio, rischiare in vista di qualcosa che non c’è o godere di quello che c’è. Da qui il grande equivoco. I critici per decenni l’hanno etichettato come intellettuale marxista preda di conflitti a causa dell’estrazione borghese, scambiando per autobiografiche le contraddizioni che invece Citto Maselli non viveva, bensì osservava con occhio acutissimo e raccontava con asciutta grazia, senza sconti né compiacimenti.

Più di venti film, a partire da Gli sbandati del 1955 fino ad arrivare a Le ombre rosse del 2009, passando per gli straordinari La donna del giorno, I delfini, Il sospetto, Storia d’amore e Cronache del terzo millennio, e insieme molti documentari, che dopo il 2001 sono documentari collettivi prodotti con la Fondazione Cinema del Presente da lui fondata. Parallelamente, e in perfetta armonia col lavoro di regista, il forte impegno politico, sociale, ideale, che lui stesso sintetizza nella parola “comunismo”, e si manifesta anche al di là delle opinioni espresse, in certi modi che non sono solo forma ma sostanza: molto spesso, al posto di “io” Maselli dice “noi”, come a riconoscersi naturalmente in una comunità di idee e intenti condivisi, e a non darsi, individualmente, dei meriti. Il 9 dicembre, Francesco Maselli detto Citto ha compiuto, festeggiatissimo, novant’anni. E proprio da qui partiamo: il regista che forse più di ogni altro ha suscitato feroci opposizioni, che all’improvviso diventa quasi oggetto di venerazione. Curioso.

Per i suoi novant’anni, un coro di peana, praticamente una beatificazione. Mi ha impressionato l’unanimità: come lei non fosse più un personaggio scomodo e fortemente divisivo. È una società che ormai non teme più le voci dissidenti? Oppure che ha poca memoria?
Secondo me è una cosa più banale: adesso a uno che compie novant’anni diventa giornalisticamente carino fare gli auguri, elogiarlo. Penso anche che le cose affettuose che mi dicono oggi non siano tanto dovute ad aver sposato le mie posizioni, ma al riconoscermi coerenza e rispettarmi per questo.

Di attacchi, nella sua lunga carriera, ne ha ricevuti molti…
In passato c’erano Andreotti e Gian Luigi Rondi, i portatori della linea democristiana, che erano molto polemici con personaggi come me. Mi criticavano perché dicevano che facevo un cinema che invece di fare arte voleva insegnare alla gente, un cinema che spiegava i mali della società, mentre invece avremmo dovuto guardare alle tante cose positive che c’erano. Questi rompiscatole di registi impegnati raccontavano invece solo le cose negative, e questo era, secondo loro, pericoloso e sleale.

Lei ha preso la sua prima tessera comunista nel ’44, e l’ultima con Fausto Bertinotti. Si definisce ancora comunista?
Sì, sì completamente, certo. Assolutamente. Io ho preso la tessera del Pci dal 1944 fino al suo scioglimento e poi la tessera del Partito della Rifondazione comunista fin dalla sua nascita con segretario Sergio Garavini. L’ultima tessera “da comunista” è quella di Rifondazione comunista del 2020 – con segretario Maurizio Acerbo – e solo perché non ho potuto ancora prendere quella del 2021.

Suo padre Ercole, filosofo e critico, fondò con Franco Rodano il movimento dei cattocomunisti. Che ne pensa del cattocomunismo? È stato criticatissimo come illibertario, due pensieri forti uniti insieme che vogliono ridurre tutto a schemi…
In un bellissimo libro erroneamente attribuito a Franco Rodano e che invece è di Fedele d’Amico, diventato in seguito il critico musicale de L’Espresso (fu lui che poi andò a trattare col Vaticano e da Movimento dei Cattolici Comunisti ci trasformammo in Sinistra Cristiana), si trova una lunga spiegazione sul perché e percome era possibile essere entrambe le cose. Si partiva dalla vecchia storia che Gesù Cristo era stato il primo socialista, che difendeva gli umili, i poveri, gli ultimi, gli schiavi che non avevano diritti. Perché predicava l’uguaglianza.

La sua casa, quando era ragazzo, era frequentata da personaggi illustri della cultura…
Intanto Luigi Pirandello, che era molto amico di mio padre e mio padrino di battesimo. Il suo primogenito, Stefano, sposò la sorella di mia madre, quindi c’era anche una parentela. Poi Corrado Alvaro, uno scrittore che aveva scritto libri bellissimi, come Gente in Aspromonte e L’uomo è forte, e Massimo Bontempelli, che pur essendo un antifascista era stato nominato Accademico d’Italia. Bontempelli aveva fondato con Malaparte “900, Cahiers d’Italie et d’Europe”, una rivista importante che collegava l’Italia con la cultura francese e non solo, una rivista internazionale fatta in Italia. Lui era molto brillante, un bravo scrittore e soprattutto un saggista.

Si è molto parlato del conflitto, all’epoca, tra cultura marxista ed estrazione borghese, e in particolare del suo, di conflitto.
Macché. Non c’è mai stato un conflitto. Intanto perché c’era allora un potente collante, l’antifascismo, e dunque una forte carica polemica contro il regime e tutto quanto avveniva. Poi, nel mio caso specifico, perché la mia era una famiglia di intellettuali, senza quindi le ipocrisie classiche dei borghesi.

Lei è diventato un attivista quando non aveva nemmeno quattordici anni. Mi racconta?
Ho avuto un’adolescenza serena, ma dopo con l’occupazione tedesca è cominciata la mia attività clandestina, mentre mio padre fondamentalmente rimaneva un intellettuale da salotto. Stavo al liceo Tasso di Roma, c’erano molti comunisti. Pintor, Reichlin… Non potevo entrare nel Partito Comunista clandestino data la mia età, allora entrai nell’Unione Studenti Italiani, vicina al Partito Comunista. Avvicinavamo personaggi lontani da noi come Luciana Castellina e Sandro Curzi, per farli aderire al comunismo. Con la scusa di una conferenza sul cubismo, cominciai a discutere con la Castellina – che era bellissima, e un po’ ci tenevo anche per questo ad avere un approccio con lei… – e piano piano, lei di famiglia borghese e monarchica, Luciana fu catturata da questa cosa strana e misteriosa che era il comunismo. A Curzi, che era di famiglia benpensante, detti da leggere Il Manifesto di Marx e Engels. Ce n’era un’unica copia, messa in forma di appendice a un libro di Labriola pubblicato da Laterza. Quel libro si trovava nella biblioteca di casa mia, e io ne avevo ritagliato i fogli attaccandoli con la carta gommata. Una cosa complicata, c’erano questi rotolini da bagnare… ancora non esisteva lo scotch.

Oggi chi è che riprende quelle idee? Lei a chi si sente vicino?
Esiste un partito legale e ufficiale che va alle elezioni, il Partito della Rifondazione Comunista che io ho contribuito a fondare. È un micropartito ma con federazioni in tutta Italia, organizzato. L’unico che si rifà al comunismo e pensa a una società diversa come fondamento ideale.

Il Sessantotto, profondamente detestato dal Pci, cos’è stato per lei?
È molto facile dire che il partito era contro, in realtà il rapporto Sessantotto–Pci è stato complesso. Intanto va ricordato che c’era il movimento studentesco, a cui mi avvicinai io, ma c’era anche la Fiom, il sindacato dei metalmeccanici. Ci fu una grande e intelligente attenzione del partito per il movimento. Luigi Longo ne incontrò i capi, ed era interessato anche Giorgio Amendola, che apparteneva all’ala più conservatrice. Certo, non c’era una reale adesione. Ma il partito portò avanti istanze dei sessantottini: la riforma della scuola e delle istituzioni, per esempio. Io in particolare (ingraiano, mi riconoscevo nelle posizioni di Ingrao) avevo a cuore la riforma della Biennale di Venezia, e il Partito Comunista di questa riforma diventò protagonista, come testimoniano vari articoli sull’Unità, con titoli come “Perché contestiamo Venezia”. Potrei sintetizzare così: il Sessantotto aveva caratteristiche ingenue, voleva tutto subito, il partito invece voleva sostituire ciò che c’era con elementi di socialismo, ma con una logica di lunga prospettiva.

Ci sono stati i fatti d’Ungheria, la Primavera di Praga… e infine la caduta del muro di Berlino. Come li ha vissuti? Se e quando ha avuto dei ripensamenti?
Sono tutti fatti che ci aprirono gli occhi sugli errori del Partito Comunista Sovietico, su come aveva impostato l’organizzazione dei Paesi satelliti. Ma non intaccarono quello che pensavamo del comunismo. La caduta del muro fu sacrosanta. Il muro era stato pensato e costruito erroneamente, non piaceva a nessuno. A noi comunisti italiani era sembrata una cosa impressionante, quindi abbiamo salutato la sua caduta come un evento positivo, che prima o poi doveva succedere.

Non possiamo non parlare di Togliatti.
Ha fatto una grande innovazione anche alla III Internazionale, di cui è stato un personaggio rilevante. Quando dall’Urss venne in Italia nel ‘44 e disse che per essere iscritti al Partito Comunista non c’era bisogno di essere marxisti, ma bastava aderire al programma del partito comunista, fu una grande innovazione. Ora sembra normale, ma allora non lo era affatto. In Francia per entrare nel partito dovevi addirittura superare degli esami di ammissione. I partiti comunisti avevano un carattere militare, Togliatti invece impostò il partito come un partito di massa: poteva aderire chiunque, i non cattolici e i cattolici, i marxisti e i non marxisti, purché d’accordo col programma. Dentro la III Internazionale il partito italiano si fece notare subito perché, primo e unico partito che anche in seguito manterrà questa apertura, non pretendeva l’adesione all’ideologia.

Berlinguer…
Ha avuto una grande importanza perché soprattutto ha dichiarato esplicitamente la distinzione dall’Urss.

Bertinotti…
Sono stato molto amico suo. Aveva la caratteristica di venire dal sindacato quindi era molto legato alle lotte sindacali. Ma certo ha avuto un ruolo storico molto meno importante di Togliatti e Berlinguer.

Passiamo al cinema. Lei è un po’ l’emblema del regista “impegnato”, come questa figura veniva definiva un tempo. Cosa voleva esattamente dire, essere un regista impegnato? Riuscivate a incidere sulla realtà?
Io sono convinto che tutto quello che è arte e cultura incida sulla realtà, perché aiuta a creare nel pubblico una coscienza civica, un’attitudine critica, una consapevolezza. L’aggettivo “impegnato” è stato molto ridicolizzato, in realtà il nostro era un cinema che raccontava i problemi dell’Italia, i conflitti della società. Aggiungo che anche la commedia all’italiana, molto discutibile secondo me, e il cinema di Scola e Monicelli, avevano una visione comunque pensosa.

E oggi? Vede qualcuno capace di incidere sulla realtà col suo pensiero critico, tra i registi?
Daniele Vicari. È un regista giovane che ha fatto film molto belli e ha quella che io chiamo pensosità.

Lei è stato assistente di Antonioni e poi ha collaborato a lungo con lui. Com’era Antonioni? Mi stupì leggere che Monicelli, intervistato dal nipote Sebastiano Mondadori, dicesse che il suo regista preferito era proprio Antonioni…
Ma davvero? Che cosa stupefacente che Monicelli abbia detto così. Sono stato suo aiuto regista e cosceneggiatore, ho imparato tanto ed ero legatissimo a lui, che non era comunista, era genericamente di sinistra, però aveva uno sguardo sulla società borghese molto intelligente. Era un uomo che non si fermava alla critica di costume, andava nel profondo. Ho avuto un rapporto importante anche con Cesare Zavattini, e poi il rapporto più importante della mia vita professionale, quello con Luchino Visconti. Aveva fatto Ossessione, ma soprattutto La terra trema, film sui pescatori siciliani che è il film che più mi ha insegnato, un punto di riferimento assoluto anche del cinema mondiale.

Se oggi potesse fare un film con budget illimitato e assoluta libertà di contenuti, cosa girerebbe?
Mo’ comincio a pensarci… tra qualche giorno possiamo risentirci e le rispondo.

Avrebbe previsto una società come quella di oggi? O meglio, c’è qualcosa che l’ha sorpresa, che non avrebbe minimamente saputo immaginare?
Vede, io ho fatto nel ‘64 un film, Gli indifferenti, tratto dal romanzo di Moravia che parla della società del ’29. In realtà, scavando sotto la superficie, quel libro e il mio film non parlano solo dell’Italia di quegli anni, in pieno fascismo e in pieno consenso al fascismo, ma trattano dei valori borghesi. Ecco, la società di oggi, se andiamo nel profondo, è fondamentalmente come la società de Gli indifferenti. E non mi piace.

Oggi quale attivismo politico la convince? I noglobal, i notav…?
Sì, sono movimenti positivi, forme di resistenza importanti. Però le ripeto che a me piace soprattutto un partito che si ponga come partito, con una sua organizzazione interna. Un partito che studi i problemi e porti avanti proposte che riguardino i territori e parallelamente proposte generali, di più ampio respiro, ma sempre con uno studio approfondito della realtà. E penso che l’unico partito che lavori in questa direzione sia Rifondazione.

Che però non riesce a diventare partito di massa. E perché non ci riesce secondo lei?
Perché c’è nella società attuale una forte tendenza al conformismo, e c’è anche un impressionante lavoro di cancellazione del Partito Comunista. Se lei guarda i telegiornali non viene mai nominata Rifondazione, ma si parla di sinistra estrema. C’è proprio una censura. Questo influisce molto sulla possibilità del partito di allargarsi.

Nel 2001 lei firma la sceneggiatura e la supervisione del documentario Un mondo diverso è possibile, che descrive le giornate della preparazione e contestazione al G8 di Genova. Le rivolgo oggi quel titolo in forma di domanda: un mondo diverso è possibile?
Sì, è possibile. Monicelli prima di morire aveva detto: «Serve una rivoluzione». Sembra una frase un po’ ingenua, invece aveva ragione.